di Daniele Epifanio

1973 Wattstax - Cover dvdUn grande evento, un grande documentario, una grande storia.

“Tutti noi abbiamo qualcosa da raccontare, ma non sempre siamo ascoltati. Oltre sette anni fa, gli abitanti di Watts si riunirono per chiedere di essere ascoltati. Di domenica, lo scorso anno, in Agosto, nello stadio Colosseo di Los Angeles, 100.000 persone di colore si sono incontrate di nuovo per commemorare quel fondamentale momento della storia americana. Per più di sei ore il pubblico ha visto, sentito, ballato e gridato ad alta voce… una profonda espressione di un’esperienza nera” (Richard Pryor, scrittore e comico americano).

Se nessuno spendesse parole per raccontare un fatto questi potrebbe tranquillamente non essere mai avvenuto e così, spogliato della sua portata storica e umana, verrebbe riposto nell’ampio dimenticatoio della storia. Un incredibile documentario diretto da Mel Stuart e vincitore del premio Golden Globe per il miglior film documentario nel 1974, ha fatto in modo di non dimenticare uno di questi grandi momenti storici. Sto parlando di un evento musicale, figlio di una condizione sociale e apice dell’esasperazione della stessa, che ha dimostrato di simboleggiare molto più di un semplice festival ludico.
E’ l’11 Agosto del 1972 quando nella Colosseum Arena di Los Angeles si riuniscono pacificamente più di 100.000 persone provenienti principalmente dal quartiere “Watts”. Questo rione è conosciuto come l’isola afro-americana di LA, una parte della città a sé stante, indipendente poiché ancora socialmente isolata dal resto. Siamo negli anni in cui la discriminazione razziale nord-americana inizia realmente a frantumarsi sotto gli sforzi emancipativi compiuti da personaggi come Malcom X e Martin Luther King che come molti altri, con fervore ed entusiasmo, risvegliarono nel popolo afro-americano le speranza in un cambiamento. Questa grande quantità di persone si riunisce per commemorare un evento nefasto della storia della comunità afroamericana di Los Angeles. Nel 1965 nel quartiere Watt esplosero e perseguirono poi per quasi una settimana, una serie di scontri accaniti con la polizia che portarono ad un bollettino di guerra di 34 morti, 1.032 feriti, 4.000 arrestati e quasi $40 milioni di dollari di danni. La causa degli scontri (atti di violenza di un agente bianco nei confronti di alcuni giovani di colore) fu più che altro un pretesto che l’esasperata comunità afroamericana utilizzò come valvola di sfogo contro le alte istituzioni statunitensi.
I partecipanti al festival pagarono il ticket d’ingresso solamente 1$ e gli interi ricavi del concerto vennero donati ad una fondazione per la lotta all’anemia e al Martin Luther King Hospital di Watts. Ad organizzare l’evento fu la Stax Organizaion, un’etichetta discografica con sede a Memphis. La casa fece partecipare i suoi artisti al completo: Albert King, The Bar-Kays, Rufus Thomas, The Emotions, The Dramatics e molti altri e nell’evento fece intervenire personaggi come il reverendo Jesse Jackson (attivista afroamericano in seguito candidato alla presidenza degli Stati Uniti con il Partito Democratico), che nel documentario appare all’apertura del concerto, recitando una toccante poesia.
Il “Woodstock nero”, così venne definito. Una grande esperienza di solidarietà e divertimento, ancor più sentita dell’originale Woodstock del 1969. Anche il documentario sembra essere nelle sue scelte registiche più attento al tema sociale, focalizzato più sui sentimenti che sulla musica e centrato sulle peculiarità del popolo afroamericano.
Dancing in the ColiseumDato il carico storico che precede questo evento e data l’intensità e il coinvolgimento con il quale i suoi spettatori l’hanno vissuto, sembra necessario ripercorrere, almeno a grandi linee, la storia dell’emancipazione della popolazione di colore negli Stati Uniti.
Portati spesso a semplificare con ottimistica superficialità tale la storia, associando la vittoria dei nordisti nella guerra civile con il compimento della loro emancipazione, dimentichiamo che il processo è stato invece lungo e tortuoso, ricco di ostacoli e forse tuttavia non completo. Andiamo indietro nel tempo, ripercorrendo le tappe principali di questo cammino.
La fine della guerra civile americana (1861 – 1865), dunque la vittoria dei nordisti, permise la stesura e la ratifica dello storico “13th Amendment” alla Costituzione, ovvero “l’eliminazione della schiavitù non volontaria in tutti gli Stati degli Stati Uniti d’America” che comportò l’abolizione degli “Slaves Codes” (tutta la legislazione inerente al trattamento, ai diritti e ai doveri degli schiavi) ma non l’istaurazione di un uguaglianza formale e sostanziale tra neri e bianchi. Quello successivo al 1865, definiti come “la restaurazione”, fu un periodo molto contraddittorio. Gli Stati del Sud, protetti dalla neostruttura federalista, riaffermarono la volontà di mantenere anche sul piano legale la distinzione tra le due etnie. Approvarono così nuovi codici discriminatori, i cosiddetti “Black Codes”, norme che crearono condizioni discriminatorie quali: l’impossibilità per i neri di sposare persone di etnia differente dalla propria, di testimoniare in tribunale contro bianchi o di detenere qualsiasi ruolo socialmente di rilevanza.
Anche dopo l’emanazione del 14th Amendment sui diritti civili del 1868, che sanciva l’uguaglianza davanti alla legge e la parità dei diritti per i cittadini americani, la vera integrazione non ha inizio. Anzi, la dottrina che governa la convivenza tra bianchi e neri sin dalla fine dell’800 è la cosiddetta dottrina del “Separate but Equal”, che consisteva nel tenere le due etnie separate nella vita quotidiana ma attribuendogli pari diritti e eguali doveri. Scuole differenti, autostrade separate, fontanelle per bianchi e per neri. Come non è difficile immaginare, l’uguaglianza proclamata è solamente formale, infatti le due etnie rimangono “separate” ma non “equal”, con un investimento sociale da parte delle amministrazioni (in particolare quelle del Sud) molto inferiore per le istituzioni dei neri che per quelle dei bianchi.
“In tutte le cose che sono puramente sociali possiamo anche essere separati come le dita, ma uniti come la mano in tutto ciò che è essenziale al progresso umano” (Border T. Washington)
Grandi conquiste legali appartengono agli anni ’60: il “Civil Right Act” del 1964 sancisce definitivamente come illegale ogni differenza tra le etnie mentre il “Voting Right Act” del 1965 proibisce agli stati di richiedere per il diritto al voto, un qualsiasi prerequisito oltre il possesso della cittadinanza.
Sorge però una domanda: è possibile obliare centinaia di anni di disparità sociale attraverso l’emanazione “de jure” di alcuni semplici e nuovi atti giuridici e civili? La loro portata storico-sociale è certamente indiscutibile ed è altrettanto indiscutibile l’orgoglio e la speranza che conquiste come queste possono regalare ad un popolo mai stanco di lottare. Per dirla con una citazione musicale resa famosa dalla versione Hip-pop di Tupac:
“Well, they passed a law in ’64

To give those who ain’t got, a little more

But it only goes so far

‘Cause the law don’t change another’s mind

When all it sees at the hiring time

Is the line on the color bar

But who knows”

(Bruce Hornsby & the Range – The Way It Is)

 

“Beh, hanno approvato una legge nel ‘64

Per dare qualcosa in più a coloro che meno avevano

Ma ciò porta poco più lontano

Poiché la legge non cambia la mente degli altri

Quando tutto ciò che si vede al momento dell’assunzione

È la linea sulla casella del colore

Ma chissà…”

(Traduzione dell’autore dell’articolo)

Ciò che davvero sancirebbe una metamorfosi sociale, una vera integrazione, sarebbe un cambiamento nel modo di vedere la realtà statunitense. Sembra scontato dirlo, ma in realtà sono le cose più semplici che sfuggono agli uomini. Niente più bianco e poi nero, bensì Yin e Jang, dove nel nero c’è un punto di bianco e nel bianco un punto di nero.
Tuttavia, la popolazione nord americana, in buona parte abituata a vivere separata dall’altra etnia, rigetta tale processo integrativo della popolazione di colore. Gli anni ’60 e ’70 divengono così un ventennio di forti tensioni sociali negli Stati Uniti. Scompaiono i due grandi alfieri afroamericani Malcom X e Martin Luther King, nascono le “Black Panthers” (partito Socialista-Rivoluzionario per l’emancipazione totale dei neri) e prendono piede grandi scontri di strada.
Critica e travagliata è la storia dell’emancipazione afroamericana, giunta ora ad un momento storico, con la recente conferma di un politico di colore alla presidenza degli USA. Tuttavia, sembra ancora difficile poter affermare che il popolo nero degli Sati Uniti sia totalmente integrato. Un’ambigua intolleranza non manifesta si palesa a tutti gli osservatori che hanno conosciuto gli USA, dove la popolazione di colore, che per il 24,2% vive in povertà, viene da molti considerata quale parassita del Welfare State.
Guardare questo documentario significa compiere un salto nel passato vivendo per un istante la felicità e la rabbia della comunità afroamericana degli anni ‘60.  Guardatelo, ricordando che Wattstax non è stato semplicemente un concerto, ma una “profonda espressione d’una esperienza nera”.

Schlitz Beer Rep, Jesse Jacson, Al BellIl documentario si può trovare integrale su youtube in inglese e portoghese oppure nei classici canali di distribuzione di DVD.