di Giorgia Tribuiani

Provate ad accendere e spegnere la luce utilizzando un interruttore. Non ci riuscite? Bene. A meno che la lampadina non si sia fulminata, siete addormentati e state facendo un “sogno lucido”, ovvero un sogno nel quale siete coscienti di essere addormentati.
Waking life, riportandoci alle teorie di pensatori come Castaneda, Jodorowsky o Stephen LaBerge, ci presenta un personaggio costantemente intrappolato in uno stato onirico che lentamente riesce a rendersi conto della sua condizione, divenendo così un “onironauta”: il protagonista di un “sogno lucido”, appunto. Questa consapevolezza viene raggiunta a poco a poco, attraverso dialoghi surreali con strani personaggi che toccano temi come l’esistenzialismo, il linguaggio e la memoria collettiva.
Diretto da Richard Linklater (Prima dell’alba, School of rock), il film utilizza una singolare tecnica di animazione: alle immagini realmente filmate alcuni animatori hanno successivamente sovrapposto colori e linee stilizzate per ottenere un surreale paesaggio onirico. Questo distingue il film da altre produzioni che hanno analizzato il tema del “risveglio”, del “sogno” o della “consapevolezza”, come L’arte del sogno, Vanilla sky o anche la trilogia di Matrix in cui non ci si vuole fermare al sogno, ma si tende a legare la consapevolezza onirica a quella esistenziale, risvegliando non solo il momento onirico, ma anche la vita.
D’altra parte, il titolo del film, Waking life, fa riferimento ad una massima del filosofo George Santayana: “L’essere sani è una forma di follia usata per scopi giusti; la vita da svegli è un sogno sotto controllo”.