A Novembre è uscito LMVDM, La Mia Vita Disegnata Male, di Gipi, Uno dei maggiori fumettisti italiani, capaci di conciliare in un’unica pagina aulicità e grottismo, immaginazione e cruda realtà. Per immergere il lettore in una storia paradossale, in cui un ragazzo oppresso dalle insicurezze giovanili non può far altro che subirle. E rimanere inerme. E’ una vita vera, una vita vissuta. Ma che fa male e spaventa. E quando ci si trova a leggere le ultime pagine del tomo, e poi lo si chiude, non si può far altro che tirare un sospiro di sollievo. Perché forse la nostra vita non è disegnata così male. Forse.

Intervista a GipiCredi davvero di aver disegnato male la tua vita?
Se guardo alle cose fatte, sopratutto a quelle che mi hanno lasciato dei segni non piacevoli, potrei dire di si. Insomma, posso dire che da ragazzo non perdevo occasione per fare cose pericolose. Allo stesso tempo però, ora che sono, ahimè, un adulto, ho l’impressione che in quelle scelte ci fosse una sorta di volontà inconsapevole di esperienza. Questa esperienza poi è divenuta racconto, che è divenuto il mio lavoro che infine mi ha dato molte gioie.

La tua opera è una miscela di parole e pensieri saldati in un disegno. Mentre ti trovavi a rimuginare sul tuo lavoro ti tornavano a mente fatti mai ricordati precedentemente? Situazioni e persone dimenticate?
Tutto il libro è stato fatto di getto. Spesso la scrittura di una pagina è stata una sorpresa. Molte volte ho avuto i brividi. Questo però non era necessariamente legato alla rivelazione di fatti dimenticati, quanto allo scoprire, improvvisamente, il significato di quei fatti. E’ sempre una sorpresa per me vedere come le esperienze accumulate assumano un aspetto differente quando mi trovo a raccontarle. Scopro cose che non comprenderei mai al di fuori del lavoro del racconto. E questo è uno dei motivi principali che mi spinge alla scrittura.

Le brutture sono parte intrinseca della vita quotidiana. Le parole non sarebbero bastate a rendere le tue idee?
Non credo di avere la capacità di sostenere una intera storia senza disegni. La mia lingua è quella. Viene fuori dall’accostamento tra parole e disegni. I soli disegni probabilmente non sarebbero sufficienti e credo che le parole risulterebbero zoppe. Non ho la capacità né la cultura necessaria per essere uno scrittore. Per questo resto così legato al racconto con le immagini.

Intervista a Gipi 1Le tue opere, nonostante siano narrate in prima persona, risultano molto impersonali, quasi ciniche. Sembri quasi un giudice di te stesso. Se tu fossi un lettore medio e ti trovassi a leggere una tua opera, cosa ne penseresti?
Non riesco a immaginarlo. Però posso dire che quando lavoro sono sempre spaccato in due, una sorta di schizofrenia. Una parte di me è presuntuosa e irrefrenabile, convinta com’è della sua missione di raccontare in libertà, senza freni. L’altra però non ha una bella opinione di sé e mi tiene d’occhio. mi parla e mi sgrida quando prendo direzioni troppo contorte. Non dimentica mai il lettore e mi fa volare il più basso possibile (o almeno vorrebbe farlo). Le due parti litigano e si battono giungendo, di solito, a un compromesso. Quel compromesso finisce sulla pagina, originando, forse,  quella scrittura altalenante tra tragico e comico che credo sia la particolarità del mio lavoro.

Nello scrivere LMVDM, narrando la storia di un ragazzo sfattone, pieno di paturnie, insicurezze e rabbie contro il mondo, non ti sei sentito un po’ patetico?
No. I ragazzi non sono mai patetici. Lo sono gli adulti. Lo è chi ha rimpianti, a volte. Ma da ragazzo avevo una strada da fare. Non mi ponevo problemi. Camminavo. E poi c’è l’umorismo a salvarci da queste possibili trappole. Non prendersi mai sul serio. Non prendere troppo sul serio neppure i fatti tragici.

Hai detto che solo dopo aver pubblicato LMVDM ti sei accorto di quanto avessi osato e di quanto tu abbia paura. Ti sei pentito di averlo scritto?
No. Ho solo avuto un po’ di inquietudine quando, passata l’ondata di incoscienza ed entusiasmo insita nel raccontare, mi sono reso conto che il libro sarebbe finito in mano (per fare un esempio) alla mia mamma.

Quando hai un’idea, il momento di insight è verbale o figurativo? La realizzazione inizia dalla sceneggiatura o parti subito dal disegno?
Le due cose sono fuse. In LMVDM ho iniziato con una frase. Ma sapevo già che a quella frase sarebbe seguita un immagine. E dico “seguita” solo perché tecnicamente e per esigenze di ritmo, sarebbe arrivata “un attimo” dopo. Ma stavano già là, insieme, nelle mie intenzioni.

Affermi di non appartenere al panorama fumettistico italiano. Perché?
Dico solo che non sono un lettore. Non conosco il panorama del fumetto. Me ne sto fuori. Come sto fuori da altre mille cose. Non è una questione di snobismo o di nascondersi: è solo il modo in cui sto al mondo. Non è un pregio. Sono tornato dal festival di Angoulême e sul treno mi sono reso conto che non avevo aperto un solo libro di fumetti. E ce n’erano migliaia. Non ne sono fiero, ma sono fatto così. Leggo i lavori dei miei amici e delle persone a cui voglio bene, perché è come parlare con loro. Ma lo faccio sempre in ritardo. E poi cos’è il mondo del fumetto? Non credo alle corporazioni, ai gruppi, all’essere colleghi. Si può amare qualcosa, e metterla in pratica, senza avere una tessera di appartenenza, no?

Intervista a Gipi 2Dici di non sentirti condizionato nello scrivere storie. E se qualcuno ti chiedesse di cambiare un lavoro affinché sia pubblicato, tu rifiuteresti. Perché, allora, hai collaborato con Blue?
Non ho mai cambiato niente nel mio lavoro. Per me raccontare e disegnare significa libertà. Se questa viene a mancare viene a mancare il motivo profondo. Ho pubblicato su Blue perchè ero giovane e morivo di fame e campare con i fumetti in Italia era per me impossibile. Ma anche allora ho fatto quello che volevo. i lettori di Blue compravano il giornale (anche) per masturbarsi, ma nelle mie storie non c’era niente di eccitante o erotico. L’erotismo non mi interessa come oggetto di racconto. O almeno, non m’interessa nella forma più diffusa. Da qui le numerose lettere di protesta. Insomma, facevo quello che volevo, anche allora.

Mentre scrivevi le tue opere, non ti sei mai scoperto a sorridere amaramente?
Da me si dice “a bocca storta”. E nel lavorare su LMVDM mi sono trovato a ridere come uno scemo.

Sei un insegnante di disegno. Ti piace insegnare? Avresti voluto avere un insegnante come te?
No, credo di no. Non avrei voluto un insegnante come me. Ero un casinista (ora ho smesso di insegnare). Mi ritrovavo sempre a parlare in termini incomprensibili. Vedevo lo sgomento negli sguardi dei ragazzi, sopratutto quando sostenevo che si impara a disegnare stando lontani dal tavolo da disegno. Credo che occorra un cervello più ordinato per insegnare. Per questo ho smesso.

E dulcis in fundo, Gipi è anche un regista. Cosa ti piace della regia e cosa del fumetto? Quanto ci si sente registi nello scrivere un’opera fumettistica?
Le due cose hanno punti in comune: si deve gestire il ritmo, si devono controllare le inquadrature, gli atteggiamenti e i dialoghi dei personaggi. Poi è chiaro che i due mezzi hanno peculiarità proprie. Spesso però, e adesso ancora di più, penso ad un possibile passaggio al cinema. La cosa che mi attira molto, del lavoro cinematografico è il lavoro in squadra. L’opposto di quella condizione di solitudine autistica alla quale obbliga, spesso, il lavoro di disegnatore.