di Lisa Gyongy

Un giorno ci sei - Lisa Gyongy

Un giorno ci sei. Un giorno non ci sei più.

Marta, fisico esile, capelli bruni sempre raccolti in una coda tirata stretta al centro della nuca. Occhi castani, grandi, leggermente sporgenti. Denti perfetti. Dodici anni compiuti da un mese e due settimane. La mia migliore amica, la mia gemella d’anima. Noi, separate solo da una semplice “T”.
Non si hanno sue notizie da due settimane.
La polizia mi ha interrogata. Sono stata l’ultima a vederla e l’ultima a ricevere una sua chiamata.
Io e lei, nel cortile della scuola, alle quattro e mezza di due settimane fa.
Dopo le lezioni siamo rimaste a chiacchierare del ragazzo che le piace, il biondo Antonio, perché le aveva lanciato un bigliettino sul banco durante l’ora di matematica ed era tutta eccitata. Diceva: “Venerdì cinema con Davide. Tu e Mara venite?”.
T. indossava la maglietta azzurra con il sorriso di un gatto fatto di brillantini, jeans neri attillati e Converse nere. La più bella di tutte.
Le brillavano gli occhi. Stavamo architettando di andare a farci l’orecchino al naso… Io avrei falsificato la firma per lei, e lei per me.
Quel venerdì doveva essere il nostro venerdì. Il primo bacio…
Non che a me Davide piacesse particolarmente, ma il fatto di poter condividere un momento così importante con lei… beh, con chi avrei avuto il mio primo bacio era solo un dettaglio.
Il giorno dopo avevamo il test di scienze, ma non ne abbiamo parlato, troppo impegnate a pianificare i nostri piccoli intrighi.
Siamo partite da scuola che erano le quattro e quarantotto, lo so perché mi ha chiamato mia mamma per dirmi che stava tornando dal supermercato e che se eravamo ancora a scuola poteva darci un passaggio. Non l’abbiamo voluto… volevamo parlare ancora un po’ senza orecchie indiscrete.
Abbiamo percorso via Galileo fino a via Marconi, poi all’incrocio con via Dante ci siamo fermate a definire gli ultimi piani. Ci siamo abbracciate e ci siamo separate, io verso casa mia, lei verso casa sua.  Tanto ci saremmo sentite da li a poco su internet.
Era allegra, mi ripeto, non c’era niente di sospetto nel suo atteggiamento, niente che mi avesse messa in allarme. Era la mia solita Marta.
Sono arrivata a casa che erano le cinque e un quarto. Tullio era già piazzato davanti al computer, quindi dopo averci litigato un po’ ho mandato un messaggio a Marta per dirle che non avevo accesso a internet e mi sono messa a mangiare una barretta di cereali e cioccolato davanti alla televisione. Poi mi sono ricordata del compito di scienze, ho preso il libro e ho cominciato a ripassare, stando sempre davanti alla televisione.
Alle cinque e trentadue è arrivata mia mamma, che nel frattempo si era attardata al supermercato perché aveva incontrato un’amica. L’ho aiutata a mettere via la spesa, mi ha rimproverato per il fatto che studiavo davanti al televisore e mi ha raccontato dei pettegolezzi freschi freschi.
Alle cinque e quarantadue Marta mi ha telefonato. Avevo la vibrazione, la televisione accesa, mia mamma che mi raccontava le cose e mio fratello Tullio con la musica accesa.
Non l’ho sentito…
Alle cinque e cinquantuno ho visto la chiamata e l’ho richiamata con il telefono di casa un minuto dopo. Il telefono suonava occupato, o spento. Le ho mandato un messaggio spiegando perché non avevo risposto e di squillarmi appena era libera.
Alle sei e quindici ho riprovato a chiamare. Poi alle sei e mezza, e alle sei e trentanove ho chiamato a casa sua.
Ha risposto sua madre. Appena le ho chiesto di passarmi Marta è rimasta in silenzio per qualche secondo, poi ha detto: “Ma non è con te?”
“No… ci siamo separate all’incrocio.”
“Aspetta un secondo, magari è chiusa in camera e non l’ho vista entrare. Arrivo subito.”
Suono dei suoi passi verso la camera di Marta, bussa, apre.
“No, non c’è… pensavo che ripassavate scienze insieme… Ma l’hai chiamata sul cellulare?”
“Certo, tre volte, ma sembra occupato, oppure spento… per quello ho chiamato a casa.”
Silenzio.
“Ok, provo a chiamarla anch’io. Fammi sapere se ti risponde.”
Abbiamo messo giù. Ho aspettato qualche secondo prima di richiamare, non volevo rubare la linea a sua madre. Suono di telefono spento. Riprovo dopo qualche minuto.
Ho comunicato la mia preoccupazione a mamma e le ho detto che volevo uscire a vedere se non si fosse fermata da qualche parte per strada, forse era per quello che mi aveva chiamata e poi la batteria del telefono si era scaricata.
Ho pensato: “se ha incontrato Antonio e l’ha baciato non le parlo mai più.”
Mia madre ha detto che veniva con me.
Siamo uscite, abbiamo camminato veloce fino all’incrocio con via Dante e abbiamo proseguito per via De Piscopo, poi via Serafino Uberti camminando lentamente e guardando dentro tutte le traverse. Io tenevo il telefonino in mano, pregandolo di farmi arrivare un messaggio di Marta. Ho chiamato Alice, tanto per sapere se l’aveva sentita e mi ha detto di no e perché.
Ho mandato un altro messaggio a Marta: “T dove6? Ci stiamo preoccupando. Risp!!!!”.
Alle sette e dieci eravamo davanti a casa di Marta. In quel momento sua madre mi ha richiamata e le ho detto che eravamo li davanti. Ha aperto la porta e ci ha fatto entrare.
Aveva l’aria molto preoccupata.
Ha chiamato suo marito. No, non aveva sentito Marta. Ha chiamato la nonna, no Marta non era con lei.
Alle sette e mezza la mamma di Marta ha pronunciato per la prima volta la parola polizia. Mia mamma ha cercato di sdrammatizzare.
Alle otto la mamma di Marta ha chiamato la polizia. Le hanno detto di stare calma, le hanno chiesto le generalità di Marta e hanno detto che spesso questo tipo di sparizioni si risolvono nel giro di dodici ore.
Mamma ha chiamato papà a lavoro dicendogli che ci fermavamo a casa di Marta e ha chiamato Tullio dicendo che papà arrivava presto.
Ho chiamato Luisa, Marco, Dalila e ho esitato sul numero di Antonio. Alle nove è arrivato il papà di Marta.
Alle nove e dieci abbiamo richiamato la polizia. Alle nove e quaranta sono arrivati due poliziotti. Si sono fatti dare una foto di Marta, gli ho descritto come era vestita. Sono usciti a fare un giro, poi sono tornati e hanno chiamato altri poliziotti.
Alle undici e mezza ci hanno detto di andare a casa. Ho fatto promettere alla mamma di Marta di chiamarmi a qualsiasi ora.
Ho provato a chiamare Marta altre dieci volte, se non di più, finché non sono crollata addormentata verso l’una di notte.
Mi sono svegliata alle sette, ho pianto per frustrazione non trovando nessun messaggio e nessuna chiamata, ho riprovato a chiamare,.
Alle sette e mezza mi ha scritto un messaggio Alice, per sapere se avevo trovato Marta. Non le ho risposto. Alle sette e quaranta ho chiamato a casa di Marta, ha risposto il fratello dicendo che non avevano sue notizie. Era sconvolto, avevano passato tutti la notte in bianco.
La polizia iniziava a girare per il quartiere con i cani. E poi fuori dal quartiere, e poi nelle campagne.
Alle nove ho ricevuto un messaggio di Marco, mi sfotteva per non essere a scuola a fare il compito di scienze. Non gli ho risposto.
Ho chiamato Marta a scadenze irregolari fino all’una, le ho mandato tre mail, poi ho ripercorso la strada verso casa sua e sono rimasta a guardare il viavai di gente nel suo salotto fino alle sei di sera. Poi è arrivata mia madre, mi ha sgridata per il fatto di essere uscita di casa senza dirlo, mi pensava a scuola… poi mi ha abbracciata.
Ho mandato un messaggio ad Antonio. Nel frattempo la polizia mi ha riconosciuta come ultima persona ad aver visto Marta. Gli ho raccontato tutto, più volte. Poi hanno chiamato Antonio e sono andati a casa sua.
Filippo, il fratello di Marta, mi ha raccontato che durante il giorno hanno interrogato tutti i famigliari, compresa la nonna, e alcuni vicini.
Ho riletto tutti gli ultimi messaggi scambiati con Marta, ho guardato le foto che abbiamo fatto insieme.
Volevo andare in camera sua, ma non me l’hanno permesso.
Alle otto sono tornata a casa. Ho acceso internet, ma niente.
Ho passato la notte in mezzo agli incubi. Marta mi chiamava, ma non aveva voce.
Il giorno dopo mia madre mi ha detto che era meglio andare a scuola. Mi sono rifiutata. L’ho pregata di portarmi a fare un giro in macchina per la città. Sono rimasta incollata al finestrino, sussultando ogni volta che vedevo il colore azzurro.
Venerdì ho ricevuto un messaggio da Antonio, chiedeva come stavo e se sapevo niente di Marta. Gli ho detto che non sapevo niente… e gli ho chiesto come stava lui. Mi ha mandato “:(“.
La sera hanno parlato di Marta in televisione. Marta ha sempre sognato di andare in televisione…
Lunedì ho litigato con mia madre perché non volevo andare a scuola, ma poi mi ha convinta, anche perché mi aveva scritto Alice dicendo che dovevamo organizzare una ricerca personale, che aveva già coinvolto quasi tutta la nostra classe e la B.
Mia madre si danna per non aver insistito a venirci a prendere. Io mi danno per non aver detto di si.
Soprattutto… alle cinque e quarantadue mi ha chiamata. Io non ho risposto.
Sono passate due settimane.
La polizia non ha trovato niente. Al telegiornale parlano sempre meno di Marta, niente scandali, niente di marcio nella sua famiglia o in quelle dei vicini. Non hanno nemmeno trovato il suo cellulare, o un pezzo di vestito, un libro, una matita… da nessuna parte…
C’è un poliziotto che mi piace molto, si chiama Claudio Rotolo. Buffo come nome. E’ stato il primo a interrogarmi. E’ molto gentile e spesso, con la scusa di chiedermi qualche altro dettaglio, mi chiama per aggiornarmi sull’indagine in modo discreto e per mostrarmi il suo sostegno e la sua dedizione nella ricerca di Marta.
Sta iniziando la terza settimana.
La chiamo ancora, ogni giorno. La mattina appena sveglia, nella pausa pranzo e la sera prima di andare a dormire.
C’è una nostra foto che amo particolarmente. Era il giorno prima del suo compleanno. Eravamo andate in riva al lago con l’intento di farci delle belle foto da mettere sul nostro profilo internet.  Avevamo finito per farne tantissime e una più scema dell’altra.
Marta sorride mostrando tutti i denti e strizzando gli occhi, con il collo allungato. Io rido di rimando per la sua faccia buffa e ho gli occhiali tutti storti. Dietro di noi il lago scintillante e un pezzo della panchina verde su cui eravamo sedute.
L’ho stampata grande e l’ho messa sulla mia bacheca con frasi di magica preghiera: “Marta torna”, “Marta so che stai bene”, “Marta sei la mia T.” “So che ti troverò presto”. Le ho scritte lentamente, ripassando ogni lettera dieci volte… mi dicevo, al decimo giro Marta mi chiamerà. Alla prossima lettera Marta mi chiamerà. Se ripasso questa lettera dieci volte senza uscire dai bordi Marta mi chiamerà.
Il gruppo di ricerca creato da Alice non ha avuto molto successo. Siamo usciti un fine settimana correndo per tutte le strade, fermando la gente e chiedendo se avessero mai visto questa ragazza. Ci rispondevano “Sì, in televisione”. Marta! Sei famosa! Come devi essere orgogliosa!
Marco aveva portato anche il cane di sua madre, un perfetto segugio che non smetteva un attimo di abbaiare in modo isterico. Anche Antonio era venuto con noi, e Davide, e la stronza della B che voleva solo far vedere quanto fosse brava a venire con noi sfigati a cercare Marta.
Avevamo iniziato con entusiasmo, eravamo sicuri del nostro successo, tanti piccoli investigatori. Ma dopo qualche ora i miei compagni avevano iniziato a strascicare i piedi, a inviare messaggi dicendo che avevano guardato dappertutto, chiesto ovunque, ma niente.
“Marta, se leggi questi messaggi, fammi uno squillo…”
“T, ti voglio bene, sappi che ti stiamo cercando!!”
“Mi manchi.”
“Se qualcuno ti sta facendo del male giuro che se ne pentirà tantissimo!!! Sai quando mi trasformo in ragno viscido e puzzoso, ecco!!”
“T torna da me.”

Primo mese.

… Ho solo dodici anni! Cosa posso fare!? Oggi mi sono messa a piangere al telefono con Claudio. Mi ha detto di non perdere la fiducia. E come faccio? Come faccio?
La famiglia di Marta ha organizzato una fiaccolata in suo onore. C’era tantissima gente. Foto di Marta su grandi cartelloni, frasi dolci dedicate a lei. Marta, sei una star.

Due mesi.

Ho aperto un blog, me l’ha consigliato il mio psicologo.  In realtà mi ha consigliato di scrivere un diario, dove scrivere tutte le cose che voglio dire a Marta…
Sto ricevendo molta solidarietà, da posti anche molto lontani. Marta, la gente ti vuole bene.
Grazie.

Tre mesi.

Alice mi sta molto vicina, ci vediamo spesso e mi parla di tutto. Molto più di prima. Le ho urlato contro e le ho detto che non prenderà mai il posto di  T.
Inizio a perdere i contorni del suo viso. Quando chiudo gli occhi e li strizzo non riesco più a vederla per intero. Cerco di seguirne i contorni con le dita… Vedo un suo occhio, il lobo dell’orecchio, i capelli tirati vicino alla coda di cavallo…
Non la vedo più intera.
“T. T. T. T. T. T…”

Quattro mesi.

Antonio mi ha confessato che quel bigliettino l’aveva scritto a Marta, sì, ma che era rivolto a me… era me che voleva invitare al cinema. Gli ho urlato contro, dicendo che non aveva il diritto di rovinare l’ultimo sogno di Marta.

Cinque.

A scuola Marta sta diventando un argomento da evitare. Nessuno mi guarda in modo diretto, nessuno mi guarda dritto negli occhi, è come se fossi sparita anch’io…

Sei.

Hanno fatto una messa per Marta… come se fosse morta. Non ci volevo andare, ma mia madre mi ha fatto ragionare e mi ha convinta per rispetto alla sua famiglia. Il prete ha detto che Dio è con lei, non è da sola. Gli  ho urlato contro e gli ho detto che è di noi che Marta ha bisogno.

Sette.

La nonna di Marta è morta. Il suo cuore era troppo pieno di dolore.
“T., noi ti aspettiamo sempre”.

Otto.

Nove.

Dieci.

È il suo tredicesimo compleanno. Le piaceva il tredici, diceva che a tredici anni si inizia a diventare donne.
“Buon compleanno sorella mia! Ti ho comprato una cosa bellissima, sono stata tre ore dentro al tuo negozio preferito! Volevo comprare tutto! Vieni a prenderla, ti aspetto.”

Undici.

Dodici.

Marta, ti vedo come una statua di cera, immobile, liscia, eternamente bella e fragile allo stesso tempo. Ti sogno. Faccio incubi.
“T. non mi lasciare sola. Ti prego…”
Altra fiaccolata per questo anniversario che non vorrei ricordare. Meno gente della prima volta. Marta. Hai deciso di sparire, e l’hai fatto in modo delicato, come il tuo carattere. Niente colpi di scena, niente scandalo.
Niente.

Due anni.

Vorrei solo sapere cosa ti è successo. Dove sei. Cosa fai. Come sei diventata… Chi è stato.

Tre.

Vorrei solo sapere se sei ancora viva.

Quattro.

Vorrei.

Cinque, sei. Sette. Otto. Nove.

Dieci.

2 COMMENTS

  1. Ho letto questa storia è molto bella e molto triste allo stesso tempo e potrebbe essere una delle tante testimonianze che si sentono tutti i giorni in tv….mi chiedevo solo è un racconto o ua storia realmente accaduta? Grazie cordiali saluti aky

  2. Buongiorno Aky,

    si tratta di un racconto, ma come dice lei, ispirato a una delle tante testimonianze di sparizioni che passano nei telegiornali e sui giornali. Mi sono immaginata io ragazzina, in un’età in cui l’amicizia è tutto, confrontata alla perdita della mia migliore amica.

    Grazie per il commento,
    Lisa

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