di Denis Bachetti


Dai carrugi di Genova al pontino di Livorno, Ciampi, -Piero L’ITALIANO come lo conoscevano a Parigi- risale a quel gruppo di cantautori acquatici che sembrano aver attinto all’aria e al dolce-salmastro degli acquitrini delle case portuali la loro linfa poetica. Al pari di De André, e più sotto o più sopra come oggi si suol classificare il talento di ciascuno, Ciampi lega il peso alla caviglia e disarciona l’ormeggio scalando volutamente la classifica dei più bravi per ascoltarli da laggiù, dove più chiara giunge la loro voce. Piero Ciampi, per chi non lo conoscesse ancora, è un cantautore livornese nato nel ‘34 e vissuto nella speranza di diventar famoso. Gli riuscì dopo la morte sopraggiunta nell’‘80, perché nel frattempo gli amici discografici gli erano tornati un po’ antipatici a causa della loro stridente incompatibilità ad un talento naturale, dotto e compiacente cosi poco da vedersi rosicchiare l’anima e la carriera da quel mostro oscuro dell’amore che egli si illuse di scovare nelle donne che sciattamente frequentò e maldisperse e che altrettanto disperatamente rimpianse nelle sue canzoni.
E’ un cantautore che ha coltivato suo malgrado un rapporto singolare con la solitudine ed il malessere, solitudine che egli dichiarò di conoscere di persona irridendo ed irridendosi ogni qualvolta la melodia ed il canto gli permettessero di scansarla. Vedete, credo che pochi possano permettersi di scrivere di un bohemien senza peccare di retorica gonfiando a dismisura l’etichetta ormai abusata degli scapigliati e dei maledetti e nascondendo ad ogni parola scritta il ribrezzo e la paura che questi susciterebbero se, come per incanto, ci trovassimo piantati sulla moquette unta delle loro stamberghe; ma nel caso di Ciampi il ribrezzo è un ombrello roteante tra arie di satira e lussuria, le sue vicende macchie di goliardia sulle braghe alla rovescia, i suoi rutti gemme di sottosuolo, tutto cosi armonicamente avvolto in fatti e vicende incresciosi ed avulsi alla morale da non trovare più le parole per gonfiare un po’ la sua figura. E’ un cantautore da ascoltare per capire come ci si sente quando ai favori degli amici si sostituisce l’elemosina e l’artista fiero fissa quel luccichio per terra sperando sia una cento lire. Piero Ciampi, insoddisfatto del comparto dell’imprenditoria musicale italiana, e provato dall’insuccesso, viaggiò a lungo e visse disfatte di egual proporzione in Inghilterra, Irlanda, Francia (dicono sia stato avvistato anche in Svezia e in Giappone) concedendosi al suo rientro lo sberleffo  di rifiutare la fortuna quando giunse alla sua porta, negandosi ad inviti che avrebbero potuto cambiare la sua vita. Ormai era passato al di là, tra coloro che si fanno caldo stando vicini e ai quali non importa il “cosa sarebbe potuto succedere se…”. Ciampi lo davano più volte al giorno le emittenti radiofoniche istriane e lo ascoltavano in molti, alcuni gli pagavano la cena, altri volevano interpretare le sue canzoni proprio quando egli si convinceva sempre più che infondo i soldi e la fama non facessero l’uomo; un po’ come accade oggi alla grande poetessa Alda Merini che esorto il mio amico Luca a contattare ed intervistare prima che l’acqua del naviglio milanese ce la porti via*. Questo disgraziato 2009 è  stato l’anno della morte di Fernanda Pivano come l’80 fu quello di Ciampi (mi si conceda l’improbabile paragone), l’una traduttrice italiana dei grandi scrittori americani, l’altro un cantante marginale, insoluto; entrambi monoliti fossilizzati che il tempo ricorda negando a volte quello che fu camminare stretti verso il porto sottobraccio e celermente nel caso della Nanda e tronfi d’alcool nottetempo a mo’ di Piero Ciampi che dalla sua Livorno vedeva Genova defilata, laggiù dove le navi scompaiono in quel buio acquatico ove si spengono le manie dell’uomo e l’economia è una nassa riversa, divelta da un’elica. Io non ho incontrato Ciampi ma credo lo riconoscerei se mi si parasse dinnanzi un tipo che, sigaretta alla bocca, aspettava il mio arrivo da un angolo di strada scrutandomi come fa chi, prima di farsi offrir da bere, decide già che non hai stoffa quanto lui. Le sue frasi celebri: nessuna. Tra le sue massime: “la solitudine va capita solo se si è in due oppure serve qualcuno che te la spieghi” , “l’amore e’ il marito della vita” , “ho scritto queste 12 canzoni per delle donne che ho amato ed ho perduto. Queste 12 canzoni sono i bastioni del mio cuore. Le mie donne ora non ci sono più. Rimangono solo 12 canzoni”. Alcune frasi cantate: “io ti compro una pelliccia di leone con l’innesto di una tigre” , “il denaro per te è un giornale di ieri”, “il vino contro il petrolio grande vittoria, grande vittoria, grandissima vittoria!”, “sono secoli che ti amo, cinquemila anni” , “sono vestito non so come, i pantaloni alla rovescia la gamba destra non funziona, chi mi incontra scappa via…”. Spero di avervi resi curiosi, di sicuro sento di avervi fatto un favore, conoscere Piero Ciampi e la sua musica vale molto di più di un soldo dato per cambiar canale, lui un soldo l’avrebbe speso bene.