di Stefano Tassoni


Thomas MannAlla generazione di Thomas Mann, nato a Lubecca il 6 giugno 1875, appartengono altri scrittori di lingua tedesca destinati alla grandezza e alla fama: Hugo von Hofmannsthal, Rainer Maria Rilke, Hermann Hesse, Robert Musil, Franz Kafka; ma le coordinate famigliari ne fanno una figura inequivocabile. Nella figura del padre, senatore e console d’Olanda nonché commerciante in granaglie, si concreta simbolicamente la vocazione all’ordine, alla norma, all’operosità, al dovere, nella quale si stipano gli elementi caratteriali della rampante tradizione borghese. Essi vengono fronteggiati dai valori della trasgressione, della libertà capricciosa e dell’estro indisciplinato incarnati specularmente dalla madre, nata a Rio de Janeiro da un piantatore tedesco e da una creola portoghese. Componenti così contraddittorie lo accompagnano per tutta la sua frastornata giovinezza in pericoloso equilibrio tra stimoli contrastanti: educazione alto-borghese e intrattenimento ammiccante-seducente quale può essere l’avviamento alla musica e al teatro.
Dopo le prime esperienze letterarie su rivista, a ventidue anni riceve dall’editore tedesco Samuel Fischer la commissione di un romanzo: I Buddenbrooks, che nel 1929 (quasi trent’anni dopo!) gli varranno il premio Nobel. Da lì in poi la figura dello scrittore acquista un ruolo pubblico facendo propria l’ideologia progressista e divenendo una sorta di figura istituzionale, il simbolo dell’opposizione dell’arte all’avvento del nazismo in Germania e del fascismo in Italia.
Ma facciamo un passo indietro allontanandoci dal personaggio e riaccostandoci all’autore. Dopo il primo grande (in tutti i sensi) romanzo, la strada da fare si rivela in discesa e così egli sfoga la propria creatività nel suo periodo migliore. Iniziano ad uscire cadenzati volumi di novelle e racconti brevi, veri e propri capolavori della letteratura tedesca come La morte a Venezia (1911), per limitarci al più famoso. Eppure in nessun altro racconto l’autore esprime la propria poetica in maniera così chiara come nel Tonio Kröger (1903). In questo racconto di un’ottantina di pagine viene descritta la crescita intellettuale dell’artista: dalla prima età scolastica, all’accettazione di se stesso Tonio Kröger vive il lento e tumultuoso percorso per trovare la propria classificazione. Quasi a riecheggiare la vita dell’autore, anche il protagonista ha padre nordico e madre di origini esotiche, ed è anch’esso scrittore.
Il libro è diviso in nove capitoli indipendenti: vengono scelti nove episodi caratterizzanti in cui man mano si delineano i tratti dell’artista come quelli di un “borghese sviato” che domina consapevolmente le fredde estasi del suo sistema nervoso e nello stesso tempo osserva di nascosto, con infinito struggimento, la vita dei felici, degli ”occhiazzurrati” che non hanno conosciuto la malattia dell’arte. Come avrete capito si tratta di un tema enorme e il fascino di questo racconto consiste proprio nell’esser riusciti a spremerlo condensandolo in poche paginette dove ogni frase colpisce, stordisce e stupisce per la propria calibrata dose di parole miscelate.
Libro fondamentale, da leggere soprattutto se si dirige una rivista artistico-culturale!