di Stefano Tassoni

La genesi di quello che, a giudizio di chi scrive, rappresenta il miglior album dei Pink Floyd è da ricercare nel senso di colpa del suo autore per uno sputo dato in pieno volto a un fan,  durante il tour di Animal (1977)… Ma questa è pura aneddotica. Il concept ruota attorno Pink, figura che attinge dall’immaginario del rocker schivo e maledetto: una stella sull’orlo del collasso pronta ad esplodere. Una serie di rilevanti avvenimenti della sua esistenza lo indurranno ad una chiusura totale nei confronti del mondo esterno fino a spingerlo a erigere un muro di incomunicabilità tra la sua mente, e la realtà circostante a lui completamente devota. Sarà però la sua mente a metterlo sotto processo, dopo aver preso le sembianze del Giudice Verme,di fronte al quale testimonieranno tutti i personaggi contribuenti alla costruzione del muro; una spietata autoanalisi conferma quindi l’accusa di “aver dimostrato sentimenti umani” e la punizione non può essere che la più atroce, sebbene al contempo liberatoria: essere riconsegnato al mondo, essere costretto ad abbattere il muro.
La musica, accompagna ed esprime magnificamente, con un sound pieno e limpido, le tematiche dell’album, rispecchiandone anche l’intensità emotiva e la violenza di fondo. Il disco è coinvolgente, stilisticamente ricco, ed i momenti memorabili sono parecchi. Si spazia da ballads marcatamente ‘floydiane’, a pezzi carichi di lugubri leit-motiv, a canzoni d’autore accompagnate dal pianoforte. Un lungo viaggio straniato che ha accompagnato molti in ore ed ore di quieta disperazione, e che ancora oggi continua ad esercitare un fascino violento.