Non troppo distante dalla terra un essere la osservava. Era verde, con le classiche antennine. Uno di quegl’alieni che parlano sempre di come conquistare altri pianeti. – Che ne dici, ci mischiamo in mezzo a loro? – disse ad un suo simile, seduto accanto a lui nella comoda astronave. L’altro alieno era più verde, come se la pigmentazione della pelle avesse fatto indigestione di bile.

– Ma no, dai, lasciamo perdere –

– Ma sei pazzo?! Guarda che solo sulla terra puoi trovare della fresca Vodka Watislava! – I due esserini verdi si guardarono tra loro e dissero all’unisono – Vodka Watislava, la vodka che lo stomaco ti lava! –

– Stop, ciak buono! – disse il regista. La troupe cominciò a disfare la scenografia e le luci; gli alieni si tolsero le facce. Hanry Menphis era quello più verde. Quel mese i due non avevano trovato nulla di meglio. In fondo il lavoro era buono, la paga alta e l’esigenza di trovare dei soldi davvero esagerata. Luca Torzolini ed Hanry Menphis avevano speso tutto il compenso del lavoro precedente a puttane e alcol. Sembrava facessero a gara nel cercare sempre nuovi metodi idioti per sperperare i loro averi. – Che ci compriamo? – chiese Hanry Menphis. – Potremmo acquistare quella macchinetta fotografica gigante – rispose Torzolini – oltre all’alcol, ovviamente. –

– Mi piace! – Ribatté Menphis – Così grande da dover usare due mani per schiacciare il pulsante e scattare una foto – Andarono in uno di quei grandi centri commerciali, dove la gente trascorre i week-end a riempire le tasche degli altri. Cosicché i pezzenti restano sempre più pezzenti, con la casa piena di cose inutili. I due lo sapevano bene, Mazzarò era stato un idiota e loro non volevano portarsi dietro nemmeno un gallo. – Credi che il padrone di queste mura ci guardi dall’alto mentre spendiamo nei suoi negozi? – chiese Torzolini mentre cercava di comprare una commessa con 70 euro. – È probabile che abbia uno di quei teleschermi giganti da dove ci osserva, masturbandosi con entrambe le mani. Nel frattempo una sessantenne platinata gli porge di tanto in tanto una sputacchiera – rispose Menphis palpandosi il pene. Continuarono a camminare. Il primo, disinvolto, insisteva nell’importunare il personale femminile; il secondo, colto dalla sindrome dell’“Ok il prezzo è giusto”, conduceva insulsi discorsi con gli oggetti contrattando sul loro effettivo valore. Dopo due ore si ritrovarono nel reparto cosmetici e si consultarono nuovamente sulle possibilità di spesa. – Abbiamo 300 euro sonanti – disse Menphis. – T’immagini a vincere il superenalotto? Ottanta milioni di euro. Con un milione ci finanzio la rivista Re-volver. La facciamo uscire gratuita e senza pubblicità. Al posto del prezzo mettiamo il quoziente intellettivo che abbisogna per leggerla. Te la vedi la scena? Tutti a prendere Re-volver pensando di essere dei geni. Con tre milioni apro un megabar in un paese dell’entroterra abruzzese, solo per il gusto di osservare l’alone di tristezza di quella gente, una mandria di buoi che trangugia anacardi e sorseggia amari, dolci in confronto alle loro vite. Con il resto dei soldi ci finanziamo i film di quel regista indipendente, Mauro John Capece! – Si sapeva che questa era una lista totalmente fittizia. Ma loro credevano in quelle sparate senza meta, anche se in realtà, ad avere ottanta milioni di euro, si sarebbero giocati tutto a puttane e alcol. – Giochiamo al superenalotto! – ribatté Menphis esaltato. Si avvicinarono a lunghi passi al dipendente di uno di quei barettini da centro commerciale dove la gente finge di bere un caffè pur di incontrarsi. Dopo anni trascorsi all’interno di quelle strutture, inizi a riconoscere con pochi sguardi mirati quali fra quei figli di puttana che lavorano là dentro ti farà penare per trovare una tuta da sci, per illuminarti sulle caratteristiche di un portatile, per farti un cazzo di semplice caffè. Per loro sfortuna quel dipendente era uno di questi. – 300 euro di schedina dell’enalotto – disse Luca Torzolini. – 300 euro, ma sei matto? – esplose il dipendente – Con tutti quei soldi ci fai un viaggio in Marocco di una settimana, pesce pranzo e cena. –

– Non rompere il cazzo e gioca quella schedina! – lo interruppe Hanry Menphis.

– Con 300 euro affitti una Mercedes-Benz con cui rimorchiare fica per un week-end, facendo credere alle pollastrelle che il tuo portafoglio è rigonfio di denaro. Ti fanno una pompa e quando arrivano a esplorarti le tasche tirano fuori la targhetta dei pantaloni in affitto. –

I due si guardarono per alcuni secondi, poi si diressero verso l’uscita. Arrivati a un concessionario in cui affittano automobili Luca Torzolini esordì con uno dei venditori – una Lamborghini Murcielago, abbiamo 300 euro! – Il tizio porse le chiavi dicendo – riportatela entro un’ora – abituato a ragazzi testosteronici in cerca di potenti mezzi acchiappa-gnocca. Menphis e Torzolini si avviarono trotterellando verso la sgargiante autovettura. – Abbiamo un’ora per rimorchiare delle pollastrelle – disse Torzolini, con la voce che sembrava aver preso la tonalità caratteristica dei maniaci sessuali. – Sono le due di pomeriggio, le donne sono tutte a pranzare – rispose Menphis.

– Bene, sfondiamo una casa. Attraversiamo il muro con la macchina per metà, così da ricreare una scenografia classica da pub americano, dove la macchina è incastonata nella parete. –

– Dannazione, ci servirebbe una Cadillac per fare queste cose… –

– Vabbe’, allora sai che ti dico? Passiamo dalla fruttivendola a far vedere questo gioiello, poi dalla fornaia e infine davanti casa della mia ex. Appena vedrà questo macchinone si pentirà di avermi scaricato per Mimmo “Il Zozzo”. –

– Perché non passiamo da tua madre? È un sacco di tempo che voglio farmela… – Passò un’ora e il venditore tornò a reclamare le chiavi della macchina. I due non erano ancora partiti. – Ma che cazzo vuole! La macchina è nostra per un’ora dalla partenza… –

– Nessuno aveva parlato di partenza – rispose il venditore – era un’ora e basta, come si fa con le puttane. Anche se non consumi, paghi! –

– Brutto frocio di merda!!! Questa macchina è mia per un’ora ho detto! – a queste parole di Torzolini, i due si allacciarono le cinture iniziando a urlare insulti sconnessi. – Signori, mi costringete a chiamare la polizia. –

– Chiami chi cazzo le pare, noi da qui non usciamo – rispose Hanry Menphis guardandolo dallo specchietto. I carabinieri arrivarono e per un’ora il maresciallo non fece altro che pregare i due di venire fuori con le mani alzate. Ma Torzolini e Menphis continuavano a ripetere a voce alta: – Vogliamo un elicottero e dei passaporti falsi! – minacciando con un accendisigari i venti agenti fuori dalla macchina. L’auto s’accese d’un colpo come un grande mostro atavico dei teatri greci, che sembrava animarsi di forza empatica. Il pedale, in un crescendo di giri, stuzzicava il motore. La macchina sarebbe andata a finire contro quei carabinieri, che per una volta non si sarebbero trovati di fronte piccoli drogatelli con due canne in tasca, da accusare come se fossero il principale problema del mondo. Il maresciallo cambiò espressione, di colpo la sua faccia s’annerì di serietà brutale: diede l’ordine e i suoi bravi fecero fuoco. Un uragano di colpi investì la scintillante autovettura; in breve fu silenzio e canne fumanti e volti sbiancati. La portiera cigolò e poi cadde, riversa sul pavimento come Che Guevara, tradito e colpito sotto il cielo boliviano. Un rivolo di sangue scese dal sedile in pelle blu attraverso la carena e poi la gomma, fino a creare una pozza magnifica di metafore morenti. Poi, con un suono gommoso venne giù la faccia dell’alieno meno verde.