di Carlo D’Urso

Non si può stare lontani dalle proprie passioni! The Irish Man è la tangibile manifestazione di questa verità, a cui Martin Scorsese da forma e anima… Prima di parlare del film, del soggetto e del progetto narrativo che esplorano quasi quaranta anni di storia americana, voglio stabilire una confidenziale indiscrezione tra chi scrive e chiunque leggerà queste righe: i registi, specialmente un ristretto numero di essi, amano raccontare certe storie per l’estetica verità di conoscere se stessi, prima ancora dei reali profili dei loro personaggi!

Scorsese ha cercato se stesso, sin dai suoi esordi di studente di cinema… nel cinema ha trovato un linguaggio adatto a completare questa ricerca. Ricerca di cosa esattamente? Scorsese è nato e cresciuto a New York, prima di trasferirsi a Hollywood per seguire il corso della sua professione; l’apprendistato di New York ha rappresentato per Scorsese una fonte inesauribile di future storie e tipologie sociali da esplorare con grande fame e passione… Scorsese ha sempre cercato di raccontare la realtà che lo circondava, specialmente quella della comunità italo americana, a cui egli stesso apparteneva, come una delle più solide e controverse tra quelle americane.

In quella comunità si celavano il dubbio e la durezza della vita del piccolo Martin Scorsese che, film dopo film, ha unificato tante storie per arrivare a raccontarne una sola: The Irish Man.

Se ripercorreste tutta la carriera di Scorsese rivedreste quasi l’espansione o meglio l’anatomia dei soggetti precedenti: il giovane Frank Sheeran (De Niro) quando ascolta i consigli (ordini) di Don Bufalino (Joe Pesci) ricorda l’inesperto Charly che religiosamente attende le decisioni dello zio in Mean Streets, le occhiatacce represse del pugile peso medio Jake La Motta “toro del Bronx” (De Niro) alle mire dei guappi che controllavano la sua carriera e quella di altri pugili professionisti in Raging Bull sono le stesse che il giovane autista Sheeran apprende in qualità di lavoratore che decida di stare fuori dal sindacato… L’ingresso e l’appartenenza a “qualcosa” del giovane Henry (Ray Liotta) in Goodfellas è il medesimo passaggio sicuro che Sheeran compie nel suo nuovo ambiente per sé e per la propria famiglia, il denaro che la mafia ha investito per decenni nei casinò di Las Vegas in Casinò segue la stessa linea logica di tutto quel denaro che la Mafia “chiedeva” in prestito al sindacato di Hoffa (Al Pacino) divenuto, oltre che una vacca grassa, anche una pericolosa creatura politica che alimenta voti e protezioni a tutti i livelli… compreso il ruolo che la Casa Bianca avrebbe ricoperto nella “Baia dei Porci” per restituire sempre agli stessi personaggi, ante Castro, il dominio economico di Cuba.

Dopo 23 anni dall’ultimo film (Casinò) Scorsese riunisce ancora De Niro e Pesci per compiere questa strana chiusura di una storia che forse non ha mai avuto un inizio nè una fine… lo stesso regista racconta in questi termini la sua esigenza di avere accanto a sé ancora i professionisti di sempre: «Non volevo attori giovani per interpretare il ruolo di Bob e di Joe. Volevo lavorare con i miei amici […]”

Quali sono i punti di forza di questo film? I difetti? Quella di Jimmy Hoffa è una vicenda reale oppure è solo il frutto di nuovo copione cinematografico che giunge ai confini europei perché Scorsese ha nuovamente chiamato a sé i migliori della scuderia? Oltre centoquaranta minuti di narrazione filmica potranno rispondere parzialmente a tali quesiti ma preferisco che sia invece la prima frase di questo articolo ad indurvi alla visione di questo film: non si può stare lontani dalle proprie passioni!

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