di Massimiliano Aceto


L’uomo vecchio guardava la strada, le sue mani stringevano le briglie. Accanto a lui, sul legno marcio, dormivano i due ragazzi, testa contro testa. Il viaggio era stato lungo, ma dietro il monte, finalmente Atene. Il vecchio svegliò i due, indicò davanti a sé e restarono a guardare in silenzio. Erano cinque anni che non vedevano la città. I due ragazzi erano scappati nascondendosi in quel suo carretto marcio, per raccontare l’Odissea nei villaggi dell’Attica. Ora erano tornati, non ricchi, ma con una grande sorpresa fra le mani. Avevano inventato la “tragedia”.
Il conducente tirò le briglie, scese dal carro e si immerse nello stagno fra due rocce. I due ragazzi lo seguirono, emozionati, si tuffarono. Giocarono nell’acqua sporca per poco tempo poi il più anziano li fece uscire. Aprì il baule sotto il legno marcio e tirò fuori dei vasetti di polvere colorata. I due ragazzi, come il maestro gli aveva insegnato, si colorarono il viso con due dita, senza sprecare neanche un granello. L’uomo vecchio nel frattempo indossò la veste bianca che ormai era grigia e truccò di grigio la barba che ormai era bianca. I due infilarono le vesti bianche e salirono sul carretto. L’uomo riprese le briglie in mano e ripartirono. Era il 534 a.C, il vecchio Tespi tornava ad Atene insieme a due giovani: Frinico e Cherilo. Portavano in città un terremoto che avrebbe cambiato il modo di raccontare e di pensare, non solo ad Atene, ma nel mondo intero.
Non più monologo ma dialogo. Attore e coro protagonisti di una nuova realtà. Era nata l’esigenza di dar da mangiare non solo ad una persona, ma a tre. Dal racconto si era passati all’azione scenica. Le parole non venivano più raccontate, ma vissute. L’attore attraverso l’azione viveva altre realtà: ciò lo affascinava da un lato; dall’altro capiva di essere una creatura con il proprio dolore, poiché nell’azione esprimeva la volontà e da questa nasce la sofferenza.
Tespi e i due giovani assistenti entrarono in città. Non uomini, ma attori. Le donne li guardavano, i bambini ridevano, loro salutavano seduti su una nuvola di colori. Salirono verso l’acropoli, aprirono il carretto, tirarono fuori una grossa coperta di lana che misero sulla terra. La gente si avvicinava a loro. Tespi fece un cenno a Frinico e Cherilo che entrarono nello spazio scenico e poi entrò anche lui. Chiusero gli occhi per pochi secondi, si guardarono e sorrisero. Il coro cantò: era il prologo della prima tragedia della storia.