di Guido Bancaldi

Pretenziosa la scelta del personaggio per il primo poema di Edgar Allan Poe. Appena diciottenne, lo scrittore bostoniano decise di vestire i panni del conquistatore mongolo Tamerlano, per di più sul letto di morte, e di raccontare una storia d’amore che sa di sconfitta – forse l’unica della sua vita – per il grande sovrano asiatico.
Probabilmente, fu proprio la scelta di un personaggio sconosciuto alle masse, unita allo stile ancora acerbo di Poe, a decretare l’insuccesso – al tempo – della raccolta contenente proprio il poema in questione. Ciò scoraggiò fortemente lo scrittore, che decise di arruolarsi nell’esercito per guadagnarsi da vivere, ma non a tal punto da impedirgli di continuare ad esprimersi tramite il mezzo a lui più congeniale.
Finalmente, a distanza di quasi due secoli, l’opera ci viene riproposta dalla Sacco editore, con l’accurata traduzione di Carlo D’Urso. E proprio grazie a questa ristampa, la prima in italiano, abbiamo la possibilità di rivalutare un poema, sì immaturo, ma carico di quel talento che ha fatto di Edgar Allan Poe il più grande scrittore americano dell’Ottocento.