di Luca Torzolini

Simona Cavani tace. Osserva, medita e scatta. Sono le sue foto a parlare: dotate di eccelsa capacità di sintesi, le immagini della fotografa narrano universi paralleli, fiabe pulp, frattaglie d’infinito. Il media fotografia concorre alla tribalizzazione caparbia e nervosa dello spettatore, lo tira negli abissi dell’argomento bandendo il ritornello del bianconiglio carroliano “È tardi, seguimi!”.
Prendendo distanza dal determinismo tecnologico, dalla cultura del mezzo per il mezzo, dell’immagine per l’immagine, messaggio e mezzo si fondono rendendo la forma formante e arricchendo i contenuti con cascate empatiche di emozioni, lasciando intravedere fiabe sospese, emarginazione del divino canonizzato e divinizzazione dell’umano, diatribe fra il destino e il libero arbitrio. In queste decadenti poesie di luce, ribellione e conformità amoreggiano procreando un più vasto spettro interpretativo: il bene e il male sono giudizi di valore confezionati dalla moralità e dalle religioni, ma al di là cosa vediamo? E forse la domanda corretta sarebbe “Siamo in grado di vedere?”. Per i pochi capaci di una visione antropologica esautorata da pregiudizi condizionanti, lo straordinario vive nell’ordinario e le variabili dell’equazione fotografica gratificano il bisogno d’invenzione: contesto geografico e momento storico, aforismi polisemici del tempo e dello spazio. Al centro, visibile o invisibile, l’uomo.
A volte tanti studi e speculazioni filosofiche valgono quanto lo sguardo attento di un essere curioso che fotografa, giocando a invertire i ruoli e accostando elementi antitetici. Nell’incertezza di fronte ad un contenuto, lo spettatore è dunque indirizzato al dialogo: con se stesso, per vedersi; con gli altri, per sapere a cosa è subordinata la semantica nella società. Quante volte ci indigniamo per la restituzione da parte dei media di certi fenomeni in certi termini, così come essi sperano, e gridiamo una reazione incapace di coscienza? Perché non abbassare il tono della voce e aumentare l’indignazione nell’uso delle parole? Così la Cavani trasforma l’impatto violento d’immagini esaustive nel jab calibrato e ripetuto al ventre di un esperto boxer. Compatta il multistrato del detto e del non detto facendo trasudare trame al contesto vitale di Mario e Salvatore; gioca con realtà e fantasia in ceteris paribus raccontando la storia di chi, come Anna, affronta diversamente il mondo; ci mostra un luna park che parla di sé in ogni elemento che lo compone; propone i paesaggi della Maddalena come se fossero di un altro pianeta. Un pianeta incontaminato.
Simona Cavani ci mette di fronte alla panplegia (sic!) emozionale della società contemporanea. Insegna ad evadere i limiti dello sguardo omologato dalle mode pervasive e si incentra sull’acies mentis come possibilità per mettere in relazione l’io magico e primordiale con il mondo esterno.
E alla fine penso: le immagini sono molto più di queste parole, seppur sentite. E Luca Torzolini tace.

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