Sono nati con l’obiettivo di portare sui grandi palchi il sapore delle chiacchere scambiate tra amici nei piccoli bar di paese, ma non immaginavano che ci sarebbero saliti presto su quei palchi, a diffondere tra le folle il desiderio di trasformare il mondo. Lo hanno fatto cantando la rivoluzione con parole nuove, le parole di un poeta che indossa i panni del vecchio marinaio: Erriquez, un uomo maturo che porta negli occhi e nei concerti i sogni di quando era ragazzino.
La Bandabardò è stata recentemente a Teramo per il concerto organizzato il 18 settembre 2010 presso l’area ex Villeroy, a cura dell’Associazione Federica e Serena, che prende il nome dalle due ragazze del teramano morte il 6 aprile 2009, vittime del terremoto aquilano. L’ente, fondato dai loro amici, si occupa di portare avanti le attività di beneficenza a cui lavoravano le ragazze stesse quando erano in vita, come organizzare eventi, il cui ricavo viene utilizzato per appoggiare la ricerca scientifica e sostenere le organizzazioni che si occupano di curare soggetti con difficoltà economiche.
Quest’anno l’Associazione ha invitato la Bandabardò, ospite da tempo dei palchi teramani. La band ha pubblicato da poco l’ultimo disco: Allegro ma non troppo. Tra le novità l’ingresso nel gruppo di Ramon, alle percussioni e ai fiati. Nel proprio manifesto la Banda scrive: “Lottiamo per un mondo a misura di donna e di bambino e per vedere un giorno trionfare allegria e gentilezza”.

Re-volver ha intervistato Erriquez, lo storico leader della band.

“Ritmo è vitalità” è uno dei tuoi versi più celebri e stasera la BB è qui per solidarietà. Durante la vostra esperienza, d’altronde, non vi siete mai tirati indietro dall’impegno sociale e culturale. La musica può trasformare questo mondo che vive di retorica?
La musica di una certo tipo, tra cui la nostra, deve ricaricare le persone. Deve regalare loro la voglia di sognare, di guardare il futuro con la schiena dritta. Deve regalare la voglia di vivere sentimenti come la malinconia, che sono bellissimi, ma di cui spesso la gente ha paura.

Quando è nata la Bandabardò?
Stiamo per compiere 18 anni. Siamo nati l’8 marzo del ’93: una lunga vita e una lunga esperienza. La BB è stata la nostra vita, abbiamo fatto più di 1200 concerti e non è ancora finita.

Avete una lunga storia ed un seguito enorme. Tanto quanto i rave party, ma mentre con voi le persone si innamorano, ai rave è tutto completamente diverso. Cosa cambia? Sarà la poesia delle vostre canzoni?
Ai rave ci si va per drogarsi ed io non voglio giudicare, mentre ai nostri concerti ci si viene per ballare. Indubbiamente si tratta di due situazioni completamente diverse: nei nostri concerti c’è un giocare tra noi e il pubblico, che si sente partecipe del concerto stesso. I rave stanno diventando un problema, come sta diventando un grosso problema l’abuso di droga in Italia, un paese invaso dalla cocaina e dalle sostanze chimiche. Sono droghe sbagliate, sono droghe di destra, sono droghe e basta. Quindi vai a ballare, ma non distruggerti, perché di vita ce n’è una. A diciottanni non avrei mai pensato di dire una frase del genere, ma è una santa verità.

Dal vostro primo album, Circo mangione, ad Ottavio, del 2008, quant’è cambiata la vostra musica?
È cresciuta, perché abbiamo imparato a suonare. Nei primi dischi si sente che siamo nervosi, viscerali, molto istintivi. Poi è cambiato il rapporto con lo studio di registrazione, che prima ci sembrava una prigione, una catena ai piedi di persone che volevano volare e che volevano cambiare posto ogni giorno. Oggi invece è un posto bello: quando abbiamo inciso Ottavio lo abbiamo coccolato come un bimbo e lui ci ha ricambiato. Una bellissima storia.

Le vostre canzoni sono sempre ironiche, divertenti, mai superficiali e indubbiamente poetiche. Qual è il segreto della BB?
Più che altro è una gran fortuna. Siamo gli stessi componenti di diciassette anni fa, tranne che per l’ingresso di Ramòn, che ha portato alla Banda quella dose di ritmo caraibico che mancava. Fin dall’inizio ci siamo scoperti diversi e tra noi ci sono stati molti litigi, ma sempre costruttivi. Quei litigi necessari come ce ne sono nei matrimoni, senza mai mettere in discussione il seguito del rapporto. Se qualcuno fa un viaggio in furgone con noi pensa subito che ci odiamo, invece ci vogliamo bene come fratelli. C’è un rapporto diretto, senza mediazione e abbiamo avuto la fortuna di ritrovarci tutti insieme. Ci incrociamo per i nostri hobby, per i nostri gusti musicali, per il nostro amore per il tempo libero: siamo una… una famigliona e andiamo avanti così.