di Giorgia Tribuiani


Requiem for a dreamChiudi tua madre nello sgabuzzino, rubale il televisore e rivendilo per una dose di eroina. Sei Harry Golfarb, è estate e tu hai bisogno di soldi. E’ estate, ricordalo, perché presto arriverà l’autunno che a sua volta lascerà il posto all’inverno e il freddo non aiuterà: resterai ad osservare la tua ragazza prostituirsi e tua madre passare di droga in droga… la televisione, la cioccolata, il vestito rosso, le anfetamine… di quale droga si tratti non ha importanza, perché in ogni caso è una dipendente. Come la tua donna. Come te.
Ciò che ci accomuna tutti – ci grida nelle orecchie Aronofsky, regista di Pi greco e di L’albero della vita – non è la razionalità, non la socialità, non un destino comune, ma la dipendenza; siamo continuamente costretti in una condizione di schiavitù, uomini con una gamba sola che necessitano di una altra gamba di legno a cui appoggiarsi.
Considerato dalla critica come il ritratto del “Sogno Americano”, specchio del degrado della società statunitense, Requiem for a dream (tratto dall’omonimo romanzo di Hubert Selby) è in realtà il dramma esistenziale dell’incompletezza: è possibile passare da una schiavitù all’altra, ma non è possibile l’assoluta libertà dal mondo esterno.
Ogni obiettivo a lungo termine, qui, si tramuta in una ragione di vita: le catene che il programma tv mette alle caviglie della madre di Harry, Sara, non esistono solo in virtù di un obiettivo futuro, ma riguardano la vita di tutti i giorni, sono il pensiero che permette di cominciare la giornata.  “E’un motivo per alzarmi al mattino – spiega Sara al figlio, riferendosi alla partecipazione televisiva – è un motivo per dimagrire, per entrare nel vestito rosso. È un motivo per sorridere, per pensare che il domani sarà bello. Che cos’altro ho, Harry?”