di Luca Torzolini

Siamo angeli caduti che han preferito cadere
pur di sputare sulla propria dignità artistica.

Italia, Altrove 3 Ottobre 1990

Arthur è un bambino piccolo che ama le favole e lo zucchero filato.

– Arthur! Arthur! – fece la mamma – Vai subito dentro l’armadio e chiudi la porta che il papà è ubriaco! –
Arthur entrò nell’armadio, chiuse la porta e tornò nel suo mondo.
Vide cose mai viste, scoprì l’arte e disse a se stesso: – Pubblicherò una rivista un giorno. Si chiamerà Re-volver
La mamma urlò. Il papà pure. Arthur uscì dalla porta dell’armadio e vide tutto.

Italia, Altrove 20 maggio 2008

Il suono del frustino era un tuono nel silenzio, il bacio di un rospo verso la farfalla. Un bacio cannibale.

Il cocchiere sembrava il tizio di Taxi driver, ma senza tizio. Etereo, silenzioso come un luogo pieno di rumori ma senza nessuno che può sentirli.
(Lo concepii bene, lo scrissi meglio).
Meccanico e vacuo, come un semaforo.
Nella carrozza due feti portati in braccio da Lucien, la bambola bambina. Con lei c’ero io, il fantasmagorico cronista di Re-volver, un free press. Il free press.
Passando attraverso la palude, osservavo i castelli di sabbie mobili che ingurgitavano ignari bambini, gli alberi capovolti che avevano radici nelle nuvole e si muovevano a seconda del vento e le brume senza cose che solo durante l’eclissi mostravano la loro ombra: l’oggetto che delineava i propri contorni. Contorni che confutavano l’oggetto, SPESSO.
Lucien accarezzando le viscide melme disse – Sicuro di voler fare un’intervista al nostro signore? Lui riceve a stento qualcuno e, seppure sia apertissimo verso ogni possibilità, la sua immensa cultura ed eterogeneità nel linguaggio fa desistere chiunque dalla comprensione delle sue parole. Un’intervista addirittura… tsè, impossibile! –
La guardai con lo sguardo di sguincio dell’eroe, alla Klaus Kinski, uno sguardo fantasma. Sì, proprio così.
Il castello si materializzò all’orizzonte, in un jump-cut studiato e poco ortodosso. Pensai ad A Bout de Souffle e decisi di scendere dal mezzo. Il cocchiere fece per salutarmi, ma penso fraintesi, il suo doveva essere più precisamente un addio. Se ne andò.
Solo. Sulla porta il batacchio pesante delle classiche storie horror… mi ha fatto sempre un effetto misantropo, del tipo “non mi rompete i coglioni sennò… ” sennò basta, non mi va neanche di continuare: le spiegazioni mi stanno sul cazzo. Bastien cacciò le Camel. Senza filtro. Ah, Bastien è il mio apprendista, di solito è poco calcolato.
Al secondo sbuffo, che acrobaticamente cercò di assomigliare al salto di un delfino, il maggiordomo giapponese aprì. Senza parole mi fece capire la necessità di togliere le scarpe. Il pavimento era freddo e relativamente fluido, mi sembrò di mettere i piedi nella sabbia le sere d’estate, ma senza piedi.
Il pinguino credeva l’avrei seguito, ma tendo naturalmente a non assoggettarmi a nessuno. Soprattutto a Nessuno, cioè Tutti. Visitai il maniero in lungo, largo e 4°dimensione. Affacciandomi alla porta di una specie di ripostiglio, con relativa etichetta “Non aprite”, trovai un Cuore rattoppato. Preso da un istinto malvagio stritolai il cuore, lo calpestai e poi inventai un senso di colpa derivante dai miei genitori. Mi avevano educato male.
Un grido discreto scese giù per le scale e si soffermò sulla porta, senza entrare.
– Toc, toc! – disse l’urlo.
– Avanti! – risposi.
– Aaaaaah!!!!!!! –
Corsi fino a che la milza non mi uscì dalle orecchie, seguendo le frecce sul muro. Mi ritrovai sul tetto: c’era un cesso. Il mio sogno, un cesso sul tetto.
Durante la cagata pensai a come cazzo aveva fatto Stallone a scrivere Rocky, una sceneggiatura geniale per fare soldi a palate. Pensai ai conigli sit-com di David Lynch e al cavallo che Nietzsche abbracciò in uno slancio umano che sottolineava la disumanità dell’uomo. E pensai a Laura… mmmh, si! All’Aura.
Sbadatamente tirai l’acqua. Me ne accorsi.
Non pulendomi il culo, lascia l’autografo dell’orifizio sul candore delle mutande e mi diressi verso l’uscita. Sbagliai strada e mi ritrovai nella sala del tesoro. Me ne accorsi perché c’era il tesoro. Svaligiai tutto, riempiendo le tasche del mio eskimo. Sì, adoro quella canzone di Guccini. E De André. E ogni singola digressione nata per libera associazione da una semplice parola.
Grasso di refurtiva mi accinsi a uscire con fredda e calcolata eleganza. Il maggiordomo mi squadrò da capo a piedi, ma non trovò nulla. Non c’è niente più nascosto dell’evidenza.
Il cocchiere era lì e c’era anche Lucien, la direttrice di Re-volver. Le dissi – Che belle gambe hai, a che ora aprono?! -.
– Una battuta anni ’70 riciclata, a zampe d’elefante. Piuttosto, hai fatto l’intervista? – fece lei, serrando le gambe a mo’ di portone blindato.
Bastien sbucò dalla palude, senza un braccio ma con un atomo d’idrogeno in più. Porse il foglio.

Intervista ad Artur Mc Arte

Tu cosa vuoi da noi?
Voglio un’estinzione elegante.
Puoi curarci?
Sono la malattia e la cura di chi si occupa di me.
Sei immortale?
“Tu l’hai detto!”
Esisti veramente?
Posso esistere solo se tu mi dai un cuore, o così disse l’uomo di latta nel film di Fleming.
Qual è la cosa più importante per te?
Io.
Dimmi qual è la domanda cui non si può rispondere.
TU, esisti veramente?