di Aurora Di Girolamo

I chengyu 成语 sono particolari espressioni idiomatiche della lingua cinese che attingono tematicamente ad opere letterarie classiche, fatti storici, leggende e racconti popolari tramandati oralmente di generazione in generazione.
Perché vi parlo dei chengyu? Perché in Cina essi rivestono un ruolo di straordinaria importanza a livello comunicativo, essendo tutt’oggi ampliamente utilizzati sia nel linguaggio scritto che in quello parlato in quanto veicoli di saggezza, insegnamenti, ideali e ammonimenti delle generazioni passate.
Nel corso della storia, i cinesi hanno sempre attribuito un valore inestimabile alla trasmissione del sapere: secondo il filosofo Confucio, così come ogni figlio aveva il dovere di ascoltare il proprio padre e far propri i suoi insegnamenti, così ogni cinese doveva studiare i classici e imparare dai saggi del passato per costruire una società fondata sulla virtù (de 德) e sull’armonia (hexie 和谐).
La stessa parola cinese che sta per “tradizione“, chuantong 传统, dimostra esplicitamente l’importanza sociale del tramandare ai posteri. La parola chuan 传 significa “trasmettere”, “diffondere” mentre tong 统 vuol dire “governo” o “sistema” rimandando quindi ad un’idea di ordine, di regola, di struttura. Per questo la tradizione è per i cinesi una “trasmissione regolata da norme”, un dovere, un atto necessario per il bene comune.
Non è un caso che la struttura dei chengyu lasci poco spazio alla creatività: generalmente costituiti da quattro ideogrammi, hanno un impianto “a blocco”, devono cioè essere scritti e ripetuti esattamente nella stessa successione e con gli stessi termini con il quale sono stati creati. Sono nati per essere memorizzati da tutti, attingono a chiare fonti che ne legittimano il valore socioculturale e usano spesso vocaboli di origini arcaiche.
Ma quali sono i chengyu più utilizzati? È difficile fare una selezione; molti dizionari cinesi hanno raccolto dai 20 ai 25.000 chengyu. Ovviamente è impossibile conoscerli tutti!
In questo articolo, ho scelto dunque i miei preferiti affiancando ad essi la spiegazione e la fonte d’origine.
Partiamo dal chengyu del titolo: “una rana in fondo al pozzo “(jing di zhi wa井底之蛙). Questo chengyu è tratto da una storia raccontata dal maestro taoista Zhuangzi 庄子 vissuto nel IV sec. a.C., il cui nome indica anche l’opera letteraria a lui attribuita. La protagonista della storia è una rana la quale crede ingenuamente che il mondo sia come il pozzo in cui vive e da cui non è mai uscita. È una tartaruga d’acqua a raccontarle che il mondo fuori dal pozzo è molto più grande e più bello e la invita ad uscire fuori dal pozzo; tuttavia, nonostante i solleciti della tartaruga, la rana decide di rimanere chiusa in quel luogo scuro e angusto.  Quante “rane in fondo al pozzo” avete conosciuto nella vostra vita? Viene definita così una persona ignorante, con una mentalità ottusa, poco incline all’apertura.
Dal meraviglioso capolavoro filosofico e letterario che è il Zhuangzi 庄子 provengono due chengyu molto diffusi nel linguaggio contemporaneo: zhao san mu si 朝三暮四 “dire tre la mattina e quattro la sera” cioè cambiare continuamente opinione su qualcosa e ru xiang sui su 入乡随俗 “entrare in un villaggio e seguire i costumi locali”, un invito al viaggiatore ad adattarsi agli usi e costumi dei posti visitati.
Un aspetto interessante dei chengyu è la presenza degli animali che hanno un ruolo chiave anche in tanti altri aspetti della cultura cinese (letteratura, mitologia, arte, oroscopo etc…).
Wang yang bu lao 亡羊补牢 “riparare l’ovile dopo che la pecora è scappata” è un chengyu il cui significato sta nel non continuare a trovare una soluzione ai propri errori in modo da evitare ulteriore problemi in futuro. Il chengyu è tratto dal Zhanguo ce 战国策 “Strategie degli Stati Combattenti”, cronaca del periodo degli Stati Combattenti Zhangguo 战国 (403-256 a.C.).
Un altro famoso chengyu è san ren cheng hu 三人成虎 “tre uomini fanno una tigre” (scelto dalla sinologa italiana Nazarena Fazzari come titolo del suo bel libro sulla cultura e la lingua cinese). Nel Zhangguo ce, si racconta che l’ufficiale Pang Cong si recò presso la corte dello stato di Wei per chiedere al re se avesse creduto alla voce messa in giro da un popolano che una tigre avrebbe fatto irruzione durante il mercato cittadino della capitale dello stato. Il re rispose di no. Poi quando Pang Cong chiese se avesse creduto alla stessa notizia messa in circolazione da tre persone il re rispose che a quel punto la notizia sarebbe stata assolutamente vera. Nonostante l’impossibilità che una tigre viva possa aggirarsi tra la folla del mercato, Pang Cong constatò amaramente che una burla raccontata da tante persone purtroppo finisce per essere considerata vera, persino dall’autorità. Per cui si dice che “tre uomini fanno una tigre” quando si crede ad una diceria solo perché ripetuta da più persone. Nella cultura occidentale, lo scrittore francese Anatole France potrebbe aggiungere al chengyu suddetto una sua amara conseguenza “se un milione di persone crede ad una cosa idiota la cosa non cessa di essere idiota”.
Conoscere i chengyu per noi stranieri è come avere un accesso privilegiato nelle dinamiche socioculturali e comunicative su cui si costruisce l’identità “cinese”. Imparare il cinese è troppo difficile? C’è uno straordinario chengyu che ci insegna l’arte della perseveranza: tie chu mo cheng 铁杵磨成 “sfregare una barra di ferro per farne un ago”. Esso è tratto da un episodio di vita del poeta  Li Bai 李白 (701-762 d.C.) il quale, durante la giovinezza, decise per pigrizia di abbandonare gli studi. Un giorno incontrò un’anziana donna con un’enorme barra di ferro in mano. Li Bai le chiese:” Nonna, cosa stai facendo?”. La signora rispose: “Sto sfregando questa barra per farne un ago da cucito”. Li Bai, stupito da tanta determinazione, prese inspirazione dalle parole di quella donna, tornò diligentemente a studiare e diventò uno dei più grandi poeti della letteratura cinese.

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