di Eclipse.154

“… e per di più, se non dovesse bastare il motivo che ti ho appena esposto, ti dirò un’altra cosa.

Quella sera mi trovavo da Mario a cena. Sai benissimo che il lunedì sera ceno lì. Avevo un tavolo prenotato per le 20.”

“E allora, sentiamo, con chi eri?” – incalza Luisa.

“Con mia… uhm… madre?”

Riaggancio, praticamente certo della mia poca credibilità.

Luisa è una ragazza fantastica, è colta quanto basta, non più di me. E’ inoltre quella che si definirebbe di solito una ‘gran strafica’. Tuttavia mi sono stancato di lei, vuoi per le sue ossessioni, per la sua totale e ascendente dipendenza dal mio successo, vuoi per… insomma, è da poco più di una settimana che la vedo e già vorrebbe costringermi a renderle conto. Tra l’altro non vado mai da Mario, si mangia di merda. Figurarsi prenotare un tavolo di lunedì!

Sono a casa, sono le 14:15 circa e fa caldo, un caldo del cazzo. Sto cercando da più di due ore la copia di un giornale di cui non ricordo il titolo. A Frank servono informazioni su una specie di macaco che vive in Giappone o in Armenia. E’ per una ricerca, dice. Sono talmente sudato che la mia polo sembra una muta da sub.

Finora non ho trovato nulla. Mi faccio una spremuta di pompelmi e metto sul Technics un vecchio disco di Sade. La domestica stamane è andata via prima del solito, ma ha tuttavia trovato il tempo per pulire a dovere l’intera casa, riordinare il mio guardaroba, stirare e inamidare le mie camice e prepararmi un pranzo macrobiotico, che giace inerme in un angolo del tavolo, e che non mangerò.

C’è una tremenda puzza di merda in soggiorno, ma sono quasi certo di poter affermare che Concetta (credo si chiami così) ha pulito e deodorato ogni angolo della casa. Credo anche che, domani, la prima cosa della quale dovrò occuparmi sarà il suo licenziamento.

Cerco di rammentare quand’è stata l’ultima volta che ho richiamato Agnese, e devo concentrarmi non poco per realizzare che era un giovedì, senza dubbio non quello passato, e neanche quello prima. Alzo la cornetta e compongo il numero.

“Pronto?”

“Ehi, sono io.”

“Uhm… davvero? Io chi?”

“Ehi, che cosa vorresti dire con ‘io chi’??? Io. Vittorio.”

“Ah, Mi chiedevo proprio oggi se mi avresti richiamata! Non è cortese far aspettare una ragazza, sai?” – dice, complice e provocante.

“Perdonami piccola, ero… uhm… occupato. Ho pensato di portarti a cena stasera. Che ne dici?”

“Uh! Fantastico! Direi che va bene. Dove mi porti?”

“Ho prenotato un tavolo da Mario. E’ per le 20.”

“Splendido! E’ da molto che non vado da Mario. Hanno delle capesante praticamente pazzesche!”

Il tanfo di merda è diventato così intenso da sovrastare di netto la mia concentrazione, al punto da ignorare chi ci sia all’altro capo del telefono.

“Senti, dammi un altro po’ di tempo. Non lo trovo, quel fottuto giornale del cazzo!”

“Ehi, ma ti senti bene? Di quale giornale parli??”

“Uh… nulla… parlavo di… uhm… con… la domestica, sì.”

“Non dovresti rivolgerti ad una signora in questo modo; è maleducazione, sai?”

“Perfetto” –  dico, non proprio sicuro di aver afferrato il senso delle sue parole, – “Ci vediamo alle 19!”

Mentre mi avvio verso la camera da letto inciampo in qualcosa di appuntito; mi chino per vedere di cosa si tratti. Non c’è nulla sul pavimento.

Ho un buffet al quale devo presenziare, pertanto mi accingo a cambiarmi per la festa. Non ricordo a che ora devo arrivare e naturalmente decido di prendermela comoda.

Un uomo dovrebbe sempre arrivare in ritardo agli appuntamenti importanti, se vuole conferire eleganza alla sua presenza. La gente poco perspicace crede che la puntualità sia prerogativa di serietà e sinonimo di sicurezza; la serietà non ha nulla a che vedere con l’eleganza, e sinceramente non ho idea del perché mi sia imbarcato in questo discorso. Sono già convinto di questo concetto, non ha senso ribadirlo.

Metto nel Technics un disco dei Culture Club e apro l’acqua della doccia.

Mentre mi spoglio mi accendo una sigaretta, ma sa di merda e la spengo. Ho il cazzo duro. L’erba che mi ha dato Stefania è eccellente e ho praticamente sempre voglia di scopare quando la degusto. Strano, non credo di averne fumata oggi.

Prima di entrare nel box doccia decido di cambiare disco; opto per Nina Hagen.

Mi masturbo sotto l’acqua pensando alla ragazza della tabaccheria qui vicino che spompina un membro di legno non levigato e murato alla parete, mentre Hilary Swank le ficca un mestolo da polenta nel culo e io le slappo la fica. Il tutto in un enorme vasca piena di mirtilli.

Vengo in modo brutale, sconnesso e soffocante, singhiozzando come un frocio adolescente.

Tempo novanta minuti e sono già quasi vestito. Il Technics ora suona un qualcosa che io ho provveduto a metter su, chiamato N11 o N9. Credo sia Brian Eno.

E’ sufficientemente presto per recarmi da Silvia. Silvia è quella che comunemente verrebbe definita ‘una gran strafica’, ma non capisce un cazzo. L’unica cosa intelligente che ha fatto negli ultimi anni è stata quella di lasciarmi. La naturale evoluzione dei personaggi, infatti, l’ha resa una sfigata, al contrario di me, naturalmente, che sono bello (lo ero anche prima), colto (lo ero anche prima), carismatico (lo ero anche prima), eccentrico (ora forse lo sono di più) e assolutamente evanescente, qualità quest’ultima che mi colloga nella Top3 nell’indice di gradimento del gentil sesso. Silvia, dicevo, è sfigata; la sfiga, tuttavia, le ha donato un localino niente male, giù in centro, che purtroppo, data la peculiare sfortuna della titolare, verrà dato alle fiamme da un gregge di ubriachi in breve tempo a partire da oggi, o ancora peggio, raso al suolo dai creditori, i pusher.

Dopo cinque minuti ho già inforcato i miei Oliver People da 400 euro e cammino disinvolto per la strada. L’aria è unta, il caldo muta l’asfalto in una speciale pellicola tremendamente ustionante; dense nubi di vapore si levano verso l’alto dissolvendosi dopo pochi secondi. Il sole le ammazza, come ammazza me. Le cicale starnazzano (cicalano avrebbe prodotto una ridondanza nociva all’estetica del discorso.), le strade sono deserte, pulite, e c’è puzza di benzina e merda. Temo di esplodere insieme al pianeta.

Arrivato a destinazione noto che il bancone è preso d’assalto da una mandria di… uhm… procacciatori credo. In un primo momento ho voglia di fuggire, sembrano agenti della Psico-polizia, anche se in realtà non li ho mai visti. Io sono cresciuto con altra gente che millantava potere e saggezza, non con il Grande Fratello e il bipensiero di merda!

La mandria è tutta vestita allo stesso modo; mi sfilo gli Oliver People e scruto il mio volto allo specchio, nel tentativo di rassicurarmi. La mia pelle è liscia come granito lavorato, ed abbronzata come un uomo perennemente felice. Sogghignando compiaciuto, esamino i tizi con maggior cura. Sono davvero uguali. Completo nero gessato, cravatta nera Armani, suppongo, e scarpe E. Zegna palesemente pacchiane. Mi sforzo di non ridere, ma mentre il mio impegno è all’apice uno di loro si rivolge a me: “Mi perdoni signore, cos’ha da ridere?”

“Uh, niente amico, niente. Non riesco proprio a togliermi dalla testa uno spot televisivo, in cui un tizio parla con un pacco di spaghetti. Complimenti per le scarpe, sono… uhm… elegantissime.”

Il tizio abbozza una risposta, io perdo la mia concentrazione e mi ritrovo seduto ad un tavolo contornato da sedie di alluminio anodizzato, intento ad ammirarmi attraverso un quadro a specchio che pubblicizza una finta bionda, che a sua volta pubblicizza un bicchiere con dentro un liquore di cui ignoro l’esistenza ed il sapore.

Il tizio numero 5 sta parlando con il tizio numero 2. Nella mia mente ho pensato di numerarli, in modo tale da distinguerli, ma mi rendo immediatamente conto di quanto questo sistema sia fallimentare. Probabilmente, infatti, colui che parla con il numero 2 è il tizio numero 1, ma dato che inizialmente avevo identificato il numero 1 con il tizio più alto, vado in confusione. Il tizio in questione, infatti, è decisamente basso. Presumo si occupi della vendita di pompe ad immersione, dagli argomenti che espone a suo favore.

Mi chiedo immediatamente come possa un tipo tanto basso sentirsi tanto grande, e ancor più come possa una persona addetta alla vendita di utensili succhia-merda manifestare tanta vanagloria.

Silvia è dietro il bancone, intenta ad annuire ai clienti e a preparare decaffeinati. Non mi ha notato ancora, seppur io sia di gran lunga l’unica persona a dar lustro al suo locale, elevando di netto lo standard. Inspiegabilmente decido di levare le tende, e con aria disinvolta esco sculettando.

Arrivo al buffet, qualcuno mi osanna e mi fa notare di essere in ritardo imbarazzante, e con il volto proteso in un sorriso accattivante abbozzo una serie di complimenti rivolti ai commensali (la scelta di questi ultimi è del tutto casuale).

Ed eccola. Bellissima. Sono convinto di non averla mai vista prima d’ora, e mi chiedo il motivo di questo reato. Bionda, culo da sballo, tette palesemente rifatte, dunque perfette, culo da sballo, viso angelico ma non troppo e culo da sballo. Mi avvicino prontamente.

“Ehi, non ci conosciamo” – dico, mentre una fitta anonima mi squarcia il petto all’improvviso.

“A quanto pare…” – risponde lei, tralasciando di guardarmi.

“Sono Vittorio. Ehi bella, vuoi da bere?”

“No grazie, ho già un bicchiere pieno in mano.”

Il suo modo di apparire vitrea e imperscrutabile mi genera un’erezione degna di un best-seller, ma il cazzo si ferma a metà strada, interrompendo la sua ascesa intrappolato nei CK. Tento una manovra per correggerne la traiettoria, badando bene di tenere la mano in tasca, e mi accorgo che il mio uccello scalcia come un feto.

Finalmente mi guarda. “Ehi, ma il tatuaggio che hai sul collo cos’è? Un ape? Fantastico!”

“No, è un… uhm… dio a sette teste” – sbotto, evidentemente contrariato.

“Uh, anch’io vorrei tanto farmi un’ape. Quanti anni hai?”

“Ventisei, e tu?”

“Ventitre a giugno!” – risponde non troppo convinta.

“Fantastico! Ehi, non mi hai ancora detto come ti chiami.”

“Uh, perdonami. Io sono Agnese.”

“Senti Agnese, perché non ce la filiamo? E’ tutto così noioso qui. Potremmo cenare insieme da Mario; hanno delle capesante semplicemente fantastiche.” – propongo in maniera immediata, almeno quanto la mia erezione.

“Non dovrei accettare inviti dagli sconosciuti, ma… uhm… ci sto. Mi sembri un ragazzo a posto!” – risponde in un atteggiamento che non riesco a distinguere.

Non posso fare a meno di ridere.

Non ho la macchina, cosa che indispettisce non poco Agnese, che però ha la sua, una Saab cabrio nuova fiammante, con una lieve puzza di merda nell’abitacolo.

Abbasso cinque centimetri il finestrino, sperando che noti i miei capelli lucenti e sani scompigliati dal vento. Optiamo per una tappa a casa mia, vuole vedere il Giacomelli da 12000 euro che ho in soggiorno, sebbene non sappia chi è Giacomelli. Durante il tragitto percepisco la sua irrefrenabile voglia di chiavare, voglia che la proietta sempre di più verso di me.

A questa constatazione se ne aggiunge un’altra, quella di un’ennesima, terribile erezione. Mi accendo una sigaretta e, contemporaneamente, mi succhio l’alluce.

Agnese non indossa il reggiseno; mentre le guardo le tette la immagino nuda cavalcare una tigre albina, con in mano un AK-47 mentre inneggia frasi senza senso, seminando terrore e morte fra villaggi male abitati da uomini E. Zegna in giacca e cravatta.

Poco dopo siamo a casa, la conduco in soggiorno, le preparo un Mai Tai, metto nel Technics un disco di Wagner e accendo il deodorante a diffusione elettrica.

“Strano l’odore del muschio bianco.. sembra… uhm… merda.” – mi ritrovo a dire senza volerlo.

Agnese non risponde, finisce tutto d’un fiato il suo Mai Tai e viene verso di me. Sto bevendo un rum talmente invecchiato che l’etichetta della bottiglia è completamente consumata, e ne ignoro dunque la marca.

“Allora, ti va di scopare?” – propone, sfilandosi le mutandine con la mano sinistra, e contemporaneamente sfilandosi le scarpe.

Il clima è torrido in casa, sebbene abbia provveduto ad oscurare l’ambiente socchiudendo le finestre. La afferro per i capelli, e mentre lei esplode in una risata isterica, facilmente confondibile in un orgasmo acuto e disumano, la spingo verso il divano. Le afferro le cosce, sospingendole verso l’alto, e inizio a leccarle la fica, scrivendo con la lingua i primi 8 versi dell’Eneide, che naturalmente conosco a memoria. Geme ed ansima, eseguendo ritmici movimenti di bacino. Inizio a morderle delicatamente il clitoride, che è gonfio e violaceo come un frutto tropicale, ed ha tanta voglia di esplodermi in faccia. Continuando a godere selvaggiamente mi afferra la testa fra le gambe stringendola a sé con forza.

Riesco a rialzarmi, lei si catapulta su di me e afferra il mio cazzo come fosse un ricco premio. E’ duro, durissimo, e sento che sta implodendo. Ci sputa sopra varie volte prima di infilarselo in gola come se fosse la cosa più prelibata al mondo. Mi giro in senso contrario, e mentre mi succhia avidamente l’uccello io infilo la testa nuovamente fra le sue cosce e con quattro dita le apro il buco del culo, iniziando a succhiarglielo. Gode così tanto che a tratti esplode in lacrime per poi spezzare il tutto con risatine folli e incontrollabili. Qualcosa si sta muovendo in me, mi alzo e la prendo da dietro. Con il culo abbondantemente slappato è facile per me entrarle dentro, ma le allargo comunque l’ano, tanto per vedere quanto ce l’ha largo. Non ci sono problemi e la penetro con facilità e violenza. La violenza è tanta che Agnese inizia a mordere le lenzuola gridandomi di continuare. Continuo così per un po’, poi mi stufo e torno a succhiarle la fica masturbandomi come un animale con dentro un demonio assetato di sangue. Mi prega ripetutamente di scoparla nella vagina, e io le do ascolto. Le afferro i piedi e li tiro indietro all’altezza della testa. Ora anche un autotreno potrebbe trapassarla. Le metto un cuscino dietro la schiena e inizio a pomparla. Il suo clitoride ora ha un aspetto inquietante, sento la sua fica bollire attorno al mio uccello e inizio a morderle il seno, mentre la scopo sempre più violentemente. Le mordo un capezzolo fino a ferirla, e inebriato dall’odore di sudore misto a sangue e silicone glielo strappo con decisione, ingoiandolo. Terrorizzata, cerca di divincolarsi e inizia a gridare come una strega alla gogna. La tramortisco con una testata in piena faccia rompendole il setto nasale e mi spalmo il suo sangue addosso. Le sfilo dalla borsa che ha lasciato sul divano le chiavi della Saab. Ho in bocca il sapore metallico ed eccitante del silicone, e ho la faccia quasi completamente piena di sangue. Le ficco la chiave nella vagina, aprendogliela di netto. Priva di conoscenza si caga addosso; la puzza di merda è insopportabile. Ora con lo squarcio nero che le ho provocato posso facilmente infilarle dentro il braccio. Faccio piazza pulita delle interiora, ridendo e recitando slogan politici come un esaltato. Ingoio avidamente parte delle sue budella, mentre il resto glielo metto attorno al collo come fosse una sciarpa di seta. Ricomincio a scoparla nella fica, continuando a bere lo strano liquido che le fuoriesce dalle tette. Respira ancora la troia; mentre la fotto in quella che una volta era la sua vagina, e che ora non è altro che una nera e profonda voragine sanguinante, le stacco la lingua a morsi. Finalmente muore; le cavo gli occhi con la chiave. Uno lo ingoio e uno lo lascio temporaneamente nella sua borsa, perché ora non ho più fantasia e non so che farci. Le dico che l’amo, mi sollevo e masturbandomi, ricoperto dal suo sangue dalla testa ai piedi, le vengo in faccia. Wagner rende la mia performance sessuale un trionfo, io mi commuovo e piango di gioia. La afferro per i piedi e la trascino in cucina. Le sego i piedi con un coltello a seghetto e la lascio a terra un paio d’ore, aspettando che si dissangui. Metto su ‘L.A. Woman’ dei Doors trovo un beauty case nella sua borsetta di Fendi e inizio amorevolmente a passare lo smalto sulle unghie di quelli che una volta erano i suoi piedi e che ora troneggiano sul mio tavolo di cristallo, nel soggiorno.

Cerco di rammentare quand’è stata l’ultima volta che ho richiamato Agnese, e devo concentrarmi non poco per realizzare che era un giovedì, senza dubbio non quello passato, e neanche quello prima. Alzo la cornetta e compongo il numero.

“Pronto?”

“Ehi, sono io.”

“Uhm… davvero? Io chi?”

“Ehi, che cosa vorresti dire con ‘io chi’??? Io. Vittorio.”

“Ah, Mi chiedevo proprio oggi se mi avresti richiamata! Non è cortese far aspettare una ragazza, sai?” – dice, complice e provocante.

“Perdonami piccola, ero… uhm… occupato. Ho pensato di portarti a cena stasera. Che ne dici?”

“Uh! Fantastico! Direi che va bene. Dove mi porti?”

“Ho prenotato un tavolo da Mario. E’ per le 20.”

“Splendido! E’ da molto che non vado da Mario. Hanno delle capesante praticamente pazzesche!”

Il tanfo di merda è diventato così intenso da sovrastare di netto la mia concentrazione, al punto da ignorare chi ci sia all’altro capo del telefono.

“Senti, dammi un altro po’ di tempo. Non lo trovo, quel fottuto giornale del cazzo!”

“Ehi, ma ti senti bene? Di quale giornale parli??”

“Uh… nulla… parlavo di… uhm… con… la domestica, sì.”

“Non dovresti rivolgerti ad una signora in questo modo; è maleducazione, sai?”

“Perfetto” –  dico, non proprio sicuro di aver afferrato il senso delle sue parole, – “Ci vediamo alle 19!”

Mentre mi avvio verso la camera da letto inciampo in qualcosa di appuntito; mi chino per vedere di cosa si tratti. E’ la chiave di una Saab.