di Stefano Camaioni

Federico Fellini. Un uomo, prima che un artista, capace di anteporre se stesso al cinema, di iniettare la densità della propria esistenza su nastri di celluloide come solo i grandi registi riescono a fare.
Otto e ½ è la vicenda umana ed artistica, tanto onirica quanto lucida, dei sogni e dei patemi di uno dei più grandi cineasti che la storia abbia avuto, la personale esperienza di vita del regista. Allo stesso tempo  un’intima introspezione per qualunque spettatore, il nono film di Fellini, preceduto da otto lungometraggi (di cui una collaborazione a due mani, appunto “mezzo”), racconta un regista in difficoltà nel gestire le riprese del suo ultimo film, che sembra complicarsi mescidando in egual misura vita privata, sogni e perversioni. Un ritratto felliniano di Fellini stesso, forse la sua opera più intima, autocritica e magari, per alcuni aspetti, autocelebrativa. Il geniale parallelo tra il cinema ed una vita ad esso dedicata diviene quindi così nitido da fondere totalmente la figura di Mastroianni e quella dell’amico regista, contrapponendo l’intolleranza tra le formalità del set e quelle della vita sociale e sentimentale.
Le critiche all’intellettualismo forzato, alla visione cattolica del matrimonio come istituzione e alla necessità di vivere una vita costretta da cliché e galateo, fanno di Otto e ½ un grande capolavoro, pago della personalità del suo creatore e, senza dubbio, maggiormente comprensibile da chiunque conosca, più o meno profondamente, il suo immenso cinema.