di Giorgia Tribuiani


I find it hard to tell you
I find it hard to take
When people run in circles
It’s a very very
Mad world…

(Mad World, Gary Jules)

Sala d’attesa, sì, sono in una sala d’attesa e quando mi hanno detto che se fossi venuto qui avrei capito qualcosa in più della mia vita, quando mi hanno detto che se avessi avuto le palle di venire fin qui mi avrebbero mostrato il vero significato della vita e la sua vera essenza, non mi sarei mai aspettato di arrivare in una sala d’attesa simile a tutte le altre, una sala d’attesa dove c’è chi si soffia il naso e furtivo sbircia nel fazzoletto per controllare se ha ripulito bene le vie respiratorie, dove qualcun altro cerca riviste in una grossa cesta verde, dove si sente lo scarico del gabinetto che nella stanza affianco si sta liberando delle evacuazioni di chi si è liberato dentro di lui. Sala d’attesa, sì, sala d’attesa, e io dentro come tutti gli altri, immobile e annoiato ad aspettare. Ci sono brutte piante, dai fiori rinsecchiti, e sottovasi che nascondono formiche, ci sono finestre aperte e c’è un  paesaggio arido fuori che risucchia il fumo delle sigarette infinite che fumiamo qui dentro. C’è fumo, infatti, c’è tanto fumo, la gente si annoia, la gente si scoccia eppure non se ne va, perché se aspettiamo, se siamo buoni e zitti e in santa pace arriverà qualcuno e ci mostrerà la vera essenza della vita, dicono. E così niente da fare, aspetto, sto buono e zitto e in santa pace pure io perché ‘sta cosa mi interessa, voglio scoprire cosa nascondono le cose e penso che dovessi aspettare anche tutta la vita lo farò, lo farò, e forse qualcuno mi legge nel pensiero perché finalmente si apre la porta in fondo alla sala e fanno il mio nome, il mio nome per primo, non perché sono il più buono e silenzioso di tutti, ma perché sono qui dalle sette, il primo ad essere arrivato, la cavia, si può dire, del resto; la cavia, sì, la cavia e loro fanno il mio nome e un tizio tutto vestito di bianco e bianco in volto e bianco sul collo e bianco anche sulle mani, non fosse per una spazzolata di peli neri neri qua e là, si fa avanti e mi porge il braccio e io come una vecchietta mi metto sottobraccio e mi lascio condurre da lui fuori dalla saletta. La gente mi guarda e mi invidia, sono il primo della lista. Buongiorno, dico all’uomo, buongiorno risponde lui, ti condurrò dove vuoi essere condotto, dice, e io ringrazio e chiedo quanto ci vorrà. Poco, dice lui, ci vorrà poco in fin dei conti, ma dovrò portarti lungo un corridoio che ti sembrerà infinito e per questo ti racconterò una storia, sì, una bella storia, dice e vede che io lo guardo un po’ perplesso e sorride e con la mano libera dà qualche pacca amichevole alla mia mano che è sopra il suo avambraccio e dice vieni, dice non ti preoccupare, è una storia che ti distrarrà ed è una storia di talpe, ci sono tante talpe tutte nascosti nell’erba e fanno tutte gli stessi pensieri, ma non riescono a vedere cosa hanno intorno e non riescono a vedersi tra loro, perché sono cieche, così parlano parlano, ma non si vedono mai e non si capiscono mai fino in fondo e quindi non si conoscono mai fino in fondo, dice e io lo guardo e sto zitto perché non capisco perché mai quell’uomo debba stare lì a parlarmi di talpe, ma non faccio domande e allora lui seguita e dice che le talpe si sentono molto astute e ogni tanto, siccome piove troppo e l’erba si bagna e il terreno marcisce, alcune imparano ad arrampicarsi e ci sono quelle che riescono ad arrampicarsi più in alto delle altre e arrivano su dei sassi, più asciutti dell’erba, approdano su sassi più asciutti della terra, sì, e per questo si sentono migliori di altre talpe. Migliori delle altre?, mi chiedo io, e non capisco perché debbano sentirsi migliori, ma non domando niente all’uomo, semplicemente lo seguo, mi lascio guidare e siamo in un lungo corridoio, tutto bianco come l’uomo, senza porte e senza finestre, un corridoio tanto incolore da apparire inesistente e quasi mi perdo in quel bianco, in quel nulla, ma i miei sensi funzionano ancora, odo il passo mio e quello dell’uomo, odo le sue parole e sento il pavimento sotto i miei piedi, così non mi spavento più di tanto e mentre non mi spavento giungiamo alla fine del corridoio e giriamo a destra, dove si apre un altro lunghissimo corridoio del quale non vedo la fine, il soffitto, le pareti. Queste talpe, continua intanto l’uomo che mi accompagna, non sono solo in grado di arrampicarsi, queste talpe sanno soprattutto scavare il terreno, possono utilizzare le zampette per creare piccole fosse nella fanghiglia e poi lunghi buchi e lunghissimi cunicoli e trovare del cibo nascosto nella terra: è cibo che non le sfamerà mai, che non sarà mai in grado di placare tutto il loro appetito, ma ben presto le talpe si convincono che scavando sempre di più avranno sempre più cibo e si convincono che alla fine, arrivate al centro della terra, troveranno una specie di Eldorado delle talpe fatta tutta di pezzettini di cibo e allora scavano scavano e scavano e non si stancano mai di scavare, ma in realtà non trovano mai niente di speciale, solo qualche ticchettino di roba da mangiare, ma niente di più. Niente di più, penso io e ho uno strano déjà vu, ma non ci penso più di tanto, la cosa non mi interessa, voglio sentir parlare delle talpe e intanto non mi accorgo che ogni volta il corridoio finisce e io e il mio accompagnatore svoltiamo e svoltiamo e non facciamo altro che svoltare, ma tutto ciò che mi interessa in questo momento sono le talpe e vengo a sapere che le talpe che si arrampicano vengono chiamate dalle altre “talpe del potere”, mentre quelle che scavano vengono soprannominate “talpe del sapere”. E che differenza c’è tra le talpe del potere e le talpe del sapere?, chiedo allora io e il mio accompagnatore sorride e poi ride e alla fine si sganascia dalle risate e dice nessuna, non c’è nessuna differenza, sono solo nomi stupidi che inventano le talpe per distinguersi le une dalle altre, perché qualsiasi cosa facciano le talpe restano sempre talpe e le talpe del potere non hanno niente di diverso dalle talpe del sapere, né dalle talpe che se ne stanno rintanate tra l’erba, né dalle talpe che giocano a rincorrersi tra loro, si acchiappano, se ne stanno l’una sull’altra e poi annoiate non si ricordano nemmeno più perché si erano rincorse e si mettono a dormire, nessuna differenza tra le varie talpe, dice il mio accompagnatore e svolta l’angolo del corridoio e poi di nuovo dice nessuna differenza, proprio nessuna, alla fine sono solo un mucchio di talpe in un terreno e non sanno che non potranno mai uscire da quel terreno, né arrampicandosi né scavando, perché né arrampicandosi né scavando potranno mai vedere altro che terra, cielo ed erba, mai nient’altro che il loro terreno, sono tanti inutili animali soli e persi in un pantano. Così dice il mio accompagnatore e svolta l’angolo e cammina e svolta l’angolo e svolta ancora e poi un’altra volta e alla fine il corridoio è finito ed è finita la storia e c’è una porticina davanti a noi e lui mi dice apri, dai su, apri, troverai quello che cercavi, troverai la Realtà con la R maiuscola e io allungo una mano, tremo, afferro la maniglia, stringo la maniglia, tremo, chiudo gli occhi, ho paura, tiro la maniglia, tremo, apro la porta, apro gli occhi.

Sono di nuovo nella sala d’attesa e sento qualcuno chiamare l’uomo che si stava soffiando il naso e io sono di nuovo qui, nella stessa sala d’attesa e dietro di me la porta si è chiusa e io non so se piangere o ridere o uccidermi e non so niente e l’unica cosa che so è che sono dov’ero prima, davanti alla gente di prima. Sono lì e mi guardano e io guardo loro: tanti inutili animali soli e persi in un pantano.