di Vincenzo De Cesaris

 

Intervista a Cosimo-Miorelli - Foto 1Lucca. La cara, vecchia, maestosa Lucca. Con i suoi borghi suggestivi, i suoi palazzi e muraglioni antichi. E il suo esercito di cosplayers in maschera che, intasando le strette viuzze e centrandoti gli occhi con scettri del potere di plastica, regala allo scenario inedite note agrodolci. Siedo con Cosimo sullo scalone della minuscola chiesa di un’ancor più piccola piazzetta persa nei meandri del centro storico: siamo riusciti a sfuggire alla calca soffocante delle ore di punta solo per ritrovarci fra i banchetti e i ninnoli di mercatini etnici messi su per l’occasione. È stata una giornata spossante ma di grande soddisfazione per il nostro, per la seconda volta allo stand degli Editori Del Grifo del padiglione Napoleone con una sua opera inedita, “pausa” proficua dagli impegni dei suoi Live Painting e dalla campagna Kickstarter dell’ambizioso progetto Triloka. A rotazione, giganti della nona arte orbitano attorno alle sue stampe sigillate con l’inconfondibile ideogramma, da Giardino a Frezzato e così via. Ora, però, è il momento di fargli qualche domanda.

 

Bene, cominciamo… stai comodo?
Questa seduta marmorea penso mi darà dolori alla sciatica per i prossimi quattro giorni, ma sopravvivrò… cavoli, son proprio vecchio dentro!

Possiamo cominciare con…
Non finisco la frase che subito un allegro ambulante allunga con grinta il palmo della mano cercando di piazzare due accendini. “Scusa, non ora, stiamo facendo un’intervista!” esclamiamo, immobilizzandoci con le braccia in aria come per mimetizzarci col grottesco trionfo di idoli Tiki delle bancarelle circostanti. Non sembra essersela bevuta, dato che si allontana con lo sguardo furente di un indio sul piede di guerra.
Ha funzionato.
Così pare…
Non penso ci abbia creduto.

Intervista a Cosimo-Miorelli - Foto 3

Forza, bando alle ciance: dacci una sinossi! La vita, l’arme, gli amori…
Beh, sono un disegnatore… in mancanza di un termine migliore. Non mi sento solo un illustratore, tantomeno un fumettista. Al momento ho base a Berlino, dove sono arrivato dopo un sei-sette anni passati a Venezia, e prima ancora in un college in Canada… Potrei dire in realtà che sono friulano, anche se nessuno dei miei genitori lo è, ma ho trascorso un bel po’ di anni nelle valli del Natisone, un posto piovosissimo al confine con la Slovenia, in una fascia pedemontana e bilingue. Andavo a scuola lì da ragazzino. Posso dire che ho girato parecchio: trasferimenti, traslochi… E mi piace. Non riesco a stare fermo in un posto per più di… mah… diciamo quattro o cinque anni.

Un bel background, non c’è che dire… Ma come nasce l’attività, quali sono state le prime produzioni?
Beh, oddio… diciamo che l’inizio “professionale” è stato da tre anni a questa parte… ma disegno da molto, molto prima. Disegno così come un calzolaio confeziona scarpe, e con quello cerco di guadagnarmi da vivere. E con ogni declinazione del disegno: progetti di animazione, live painting, illustrazione, sequential art e branding commerciale… prendo tutto quello che viene, anche per mettermi alla prova costantemente con nuove sfide e non restare mai fermo.

La domanda più importante: sei tu il misterioso pilota X di Speed Racer?
Uhhh…. No.
Si guarda intorno distrattamente ridacchiando. Non me la racconta giusta, ma per ora meglio fare finta di niente…

Insomma, tanta strada e impegno per poi approdare agli storici Editori Del Grifo…
Sì, è paradossale… ora sono lì in stand, circondato da torri di Manara e fortezze di Pratt, a cedere la sedia a Vittorio Giardino, nientemeno… è un bell’onore, considerando anche tutte le circostanze che mi hanno portato a questo punto, alcune davvero inaspettate (oltre a un legame con Montepulciano, base operativa degli editori). Il punto è che fin da piccolo per me il fumetto è stato quello, quello che per sommi capi oggi si definisce fumetto d’autore, e che per Del Grifo è un marchio di fabbrica: ecco perché quando ho deciso di buttarmi in lavori più seri e sentiti, mi sono subito rivolto a loro.

Intervista a Cosimo-Miorelli - Foto 2Ed è con loro che hai due libri all’attivo…
Sì, uno per ogni Lucca: Trentaduedentirotti (quest’anno) e l’esordio con Athos: Appunti dalla montagna santa

Un qualche rimando a Jodorowsky?
Beh sì, abbastanza… cresciuto come sono fra L’Incal e universi limitrofi… Anche se soprattutto per mano di mio padre, che ancora oggi ha una grande influenza su di me. Athos infatti è un lavoro a quattro mani, essendo la cronaca di un viaggio, un suo viaggio, fatto prima che io nascessi e il cui racconto mi ha sempre affascinato. E’ stata una collaborazione padre-figlio, una catarsi freudiana se vogliamo, bella e utile in un certo senso visto che ad essere in due a mettersi a nudo davanti al lettore c’è meno imbarazzo.

Sorvolando sull’infelice evocazione visiva della metafora, Trentaduedentirotti invece è più tuo…
Sì, sono più io. Mi piaceva l’appeal scioglilingua della parola (e ancora di più vedere le espressioni contraddette della gente che passa davanti alla copertina). Sono io, che bruxo un sacco di notte, batto i denti, sogno sempre di romperli, ingoiarli, penso sia il nervoso, o il mio modo di affrontare il mondo, a denti stretti, tenere tutto dentro… Mi serviva uno sfogo totemico, e così è stato. C’è un sacco di mio anche dal punto di vista formale, la sperimentazione, l’horror vacui… certo avrei voluto metterci molto di più, ma com’è classico sono le cose di cui ti penti solo dopo che il volume è andato in stampa. Ho ancora molte cartucce da sparare.

Una delle quali, scommetto, è il Live Painting, uno dei pezzi forti nel tuo arsenale creativo e che sta diventando sempre di più un tuo biglietto da visita.
È una delle cose che mi piace più fare, e che mi dà moltissime soddisfazioni. Chiamiamoli Live Storytelling, all’americana, che dopo anni di IUAV la parola performance non la posso più sentire… Si lavora per lo più in digitale, con il mio collega di lunga data (e co-fondatore del Washout project) Stefano Bechini, polistrumentista favoloso, spesso di leva sui palchi di molti musicisti pop di fama internazionale. Il bello del live è proprio l’adrenalina del palco, e specie per me (che non so suonare e invidio molto i musicisti), quello è il surrogato del concerto.

Una parola: Triloka.
Il Triloka Project (mettiamo il ‘Project’ dappertutto, per dare un profilo aperto e in divenire)… è un’idea collettiva, un grande ombrello sotto il quale abbiamo riunito tante personalità da ogni zona del globo. Una storia che pesca la sua ispirazione dal folklore del sub-continente indiano, soprattutto grazie a Marc-Antoine Jean (lo sceneggiatore, e colui che più ha investito nel progetto). Dopo essere tornato dalla Cambogia e aver studiato a fondo miti e culture locali, Marc si è reso conto che erano talmente saturi di personaggi e battaglie allucinanti e visivamente potenti, da poter fare invidia agli universi Marvel e Dc. Così, come disegnatore di questa potenziale saga, mi sono ritrovato a calarmi in questo mondo che avevo visto solo in cartolina: Tanto lavoro di ricerca, ma nel complesso mi ha preso subito, specie perché a differenza dell’ennesimo supereroe patinato, qui si ha a che fare con personaggi che sono impressi nell’immaginario da secoli, scolpiti nei bassorilievi e negli idoli perduti. Personaggi che, come nel pantheon greco, sono caratterizzati da vizi e virtù decisamente umani, e da un sottotesto carnale ed erotico che non guasta. Adoro poi i landscapes, disegnare le foreste, la Giungla, gli alberi… Son stupendi gli alberi, parti con il tronco e poi ogni ramo va da sé.

Dica Trentatrè.
Trentatrè.

Intervista a Cosimo-Miorelli - Foto 4

Altro domandone: Che siano illustrazioni, arte sequenziale o live storytelling… cosa vuol dire per te raccontare? Che urgenza senti di esprimere, di dire?
Mmm. Detta così su due piedi (anzi, due natiche sul freddo marmo) posso dire che con il disegno ho trovato la mia casella. Tante persone vivono la propria vita a lungo e felicemente in passività, e non sempre necessariamente nell’accezione negativa della cosa: altre invece hanno bisogno di vedere una precisa pulsione concretizzarsi, plasmarla e lavorarci sopra. C’è chi sfoga tale pulsione sui figli, chi nell’edilizia, chi nella musica. Nel mio caso è tirare fuori delle storie, mie o anche di altri. Possibilmente delle belle storie. Questo mi fa sentire vivo. E specie in una città come Berlino, in cui tutti sembrano essere poeti ed artisti, ti aiuta anche a ritagliarti il tuo angolo di sopravvivenza.

Com’è il cielo sopra Berlino?
Eeeh, è grigio. Un pantone Cool Grey 3, direi.

 

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