di Emidio De Berardinis


Oceani senza approdiBill Viola. Tra i più grandi della video arte, è l’anti-frenesia, anti-isterismo, anti-frammentarietà postmoderni. È la rarefazione dell’attimo. È la materializzazione delle forze arcane della natura, dell’evoluzione di un’emozione, delle sensazioni che attecchiscono il corpo, del corpo nell’ambiente etc. Mistico e spirituale in un’epoca di ateismo e superficie. Non si limita al qui e ora, ma all’eterno dolore, assenza, perdita, nascita, separazione. I suoi video sono suoni e i suoi suoni immagini; i quattro elementi interagiscono con il corpo: L’acqua, il fuoco, il vento sono varchi, sono trasformazione, sono mezzi per spogliare il nostro sé e allo stesso tempo per delinearlo nel processo. Il sé è un passaggio, come in The Passing, uno scarto tra termini irriducibili, nascita e morte, tra l’acqua e la terra, tra fluidità, dinamismo e staticità: il se è il ritmo dell’esistenza, è velo tra Apollo e Dioniso, uguali ma diversi.
Oceani senza approdi 1Un’opera tra la vasta produzione di Viola: An Ocean Without a Shore (2007) è una istallazione intesa come limbo, un portale d’accesso per l’aldilà o per l’aldiquà. Nello schermo al plasma scorgiamo degli spettri avanzare da “lontano” in bianco e nero: non appartengono ai colori che ci circondano, ai colori del mondo, ai colori della vita. Sono i morti, spenti, che non abbandonano definitivamente la vita. Sono tra noi, stanno invertendo il loro percorso per tornare nel nostro mondo, per lasciare il buio. Un suono riverberato accompagna il loro cammino e i loro corpi si fanno più grandi, i contorni definiti, poi uno scroscio d’acqua li invade, li sommerge, li purifica dalla morte. Il confine è stato valicato, i defunti sono tra noi: l’acqua, anima oltre la materia, diventa il limite sottile che separa la vita dalla morte, una barriera esile, un confine fragile. Ora hanno il nostro stesso colore. Concreti, pieni, in alta definizione, tangibili, illuminati dalla nostra stessa luce, ci guardano dritti negli occhi. Spaesamento, stupore, che lentamente si trasformano in consapevolezza della fisicità e inquietudine. Le loro espressioni attonite si trasformano in disillusione, sofferenza, solitudine, rassegnazione di ciò che la vita offre. Emergono. Ed emergono soli, non si incrociano nel passaggio, ognuno è prigioniero di e in se stesso, suscitando la sensazione di non appartenere più al nostro mondo. Infine si voltano e attraversano di nuovo il velo d’acqua, per tornare nella dimensione originaria, nel non-essere, nella profonda oscurità della morte, nell’ “oceano senza approdo” da dove sono venuti. Il nostro universo è contiguo alla morte e scopriamo di come essa conviva continuamente con la nostra vita. Non si può avere pienamente coscienza di ciò che è la vita, finché non si compara alla morte; né del tempo, finché non si rapporta ad un universo eterno, che è stato, è, e sarà anche dopo di noi.