di Luca Torzolini

foto di Stefano Terenzi, Manuel Chittano e Simona Falcone

Intervista a DoppioSenso Unico 1

DoppioSenso Unico è una compagnia teatrale, produzione video e musicale indipendente, fondata nel 1999 da Luca Ruocco e Ivan Talarico sulla scia dell’omonima compagnia gestita dagli antenati nel 1932.

Dal 2003 è attiva come produzione musicale di colonne sonore, canzoni e musiche per spettacoli.

Nel 2004 inizia la produzione di cortometraggi indipendenti e a basso budget: la trilogia “Horror Vacui”, “‘a suppa ‘e latte”, “didascalia”, “le feste dei poveri”.

Nel 2005 debutta a Roma, al Gran Teatro Ignazio Abbatepaolo, “Viageatruà”, primo spettacolo di e con L. Ruocco, I.Talarico e Lorenzo Vecchio, seguito da “Le clamorose avventure di Mario Pappice e Pepé Papocchio”, presentato nel 2008 al Teatro Furio Camillo di Roma.

A marzo 2009 si presentano alle semifinali del Premio Scenario a L’Aquila, con “Operamolla – The Flacio show”, riscuotendo interesse e suscitando curiosità.

Nel 2013 debutta al Teatro dell’Orologio “La variante E.K.” e viene presentato il primo studio di “gU.F.O.”

[www.doppiosensouni.com]

Intervista a DoppioSenso Unico 2 - Foto di Manuel Chittano

Il sipario si apre, e voi?
Noi no. Restiamo chiusi in noi stessi. Ci parliamo addosso, ci raggomitoliamo nei nostri angoli migliori. Invitiamo persone a prender la misura della nostra chiusura. Loro vengono e noi implodiamo, stretti stretti nell’estasi d’amor. Ci frantumiamo in migliaia di pezzi, la gente paga e i cocci sono loro. E noi restiamo svuotati ad aspettare il riflusso della marea.

Perché non lasciate il pubblico in pace?
Il pubblico ha raggiunto la pace dei sensi. Noi lo risvegliamo dal torpore atavico in cui si è incarcarito, dopo anni e anni di spettatoraggio teatrale, cinematografico e televisivo. La poltrona non è zona franca. Non vediamo la quarta parete, quindi non crediamo nella sua esistenza. Vogliamo uno spettatore attivo, mentalmente e fisicamente, che non voglia assimilare per osmosi qualsiasi cosa gli si propini dall’altra parte della sala. Entrare a far parte in maniera viva del meccanismo teatrale è la più grande benedizione in cui il pubblico pagante possa sperare!

Che tipo di supereroi vorreste essere e se foste supereroi come cambierebbe il vostro modo di concepire gli spettacoli?
Vorremmo essere uomini indefinibili, persone che sfuggono ai cinque sensi standard e al sesto senso aggiunto. Con fisionomie fugaci, gesti evanescenti, parole immemori. Vorremmo incontrare le persone e lasciare in loro soltanto un sapore di rabarbaro. Mettere specchi opachi al posto delle nostre foto sui documenti. Presentarci con nomi sempre diversi e stringere mani senza restituirle. A differenza degli uomini invisibili quelli indefinibili hanno proprietà di corpo e movimento e insuperabili virtù di anonimato: curvano in velocità nella memoria. Se avessimo questo potere i nostri copioni potrebbero acquistare grigiore e disinteresse, evocare l’horror vacui che tanto ci lusinga.

Che cosa significa per voi sperimentare?
Essenzialmente non annoiarsi nel creare e costruire un qualcosa di vivo, organico, che poi non annoi chi debba fruirlo. La noia intellettiva ci impaurisce.

Io vi chiudo in una stanza, dentro ci sono i seguenti oggetti: un mocio, dei soldatini e un grande naso di gomma. Che cosa fate?
Teniamo pulito. Muoviamo guerre immaginarie. Sintetizziamo odori per soddisfare il naso. Questo per i primi minuti. Poi ti chiediamo perché ci hai chiuso nella stanza. Tu non rispondi e lo chiediamo a noi stessi. Ma siamo omertosi e quindi lo chiediamo alla stanza. La stanza fa la smorfiosa. Noi la accarezziamo col mocio e lei apre un piccolo varco verso l’esterno. Inviamo le nostre truppe di soldatini armati a cercarti, ma sono dei codardi e disertano. Stracciamo il naso di gomma – in fondo i nostri nasi sono gelosi – e dentro ci sei tu, con una mollica di pane, un busto di marmo e una scodella di riso. Cosa fai?

 

Qual è il confine fra demenzialità ed arte?
Se ti riferisci ai nostri lavori teatrali, non abbiamo mai ricercato, nella scrittura o nella messa in scena, la risata scontata del demenziale, e nemmeno la prepotente personalità dell’arte. Di certo fin dall’inizio cerchiamo di proporre qualcosa di “nostro”, che probabilmente sorride sia all’uno che all’altra.

Intervista a DoppioSenso Unico 3 - Foto di Stefano Terenzi

Come si concepisce un personaggio?
Come un figlio; poi nove mesi in una pancia e via, di forza. Per noi è così perché i personaggi che interpretiamo siamo noi, generati e non creati dai nostri stessi genitori. Poi in scena ci incarniamo nei nostri ragionamenti. Ogni tanto creiamo delle presenze: ci mettiamo delle parrucche, torciamo il viso, smozziamo i gesti. Ma le presenze sono un gioco facile, di sartoria, da caratteristi di cinema di serie B. Non crediamo mai di essere qualcun altro, questa è la nostra condanna.

Come si farà teatro nel futuro?
Noi facciamo teatro nel presente. E non diamo certezze sul futuro. Già partendo dalle tematiche stesse dei nostri spettacoli, temiamo un improvviso spegnersi di tutto. Se il teatro dovesse sopravvivere al futuro, speriamo si tratti di un teatro non più rinchiuso all’interno di dinamiche e scheletri rigidi ancor più opprimenti della struttura fisica dell’edificio teatrale in sé… Un nostro antenato, Marco Antonio Scicchitano – più ottimista di noi – preconizzava in una massima “In futuro reciteranno i cavalli a dondolo”.

C’è un luogo della Terra, secondo voi, dove non si fa teatro?
Probabilmente nei cimiteri di ermellini a sud di Toronto. O nelle foreste di marmo che circondano la periferia di Zanzibar. Ma anche in molti teatri, spesso.

Cosa centrate voi con l’intervista ai gufi presente a fine giornale?
Alcuni gufi infestano le nostre drammaturgie e i nostri spettacoli. Due in particolare, Luigino e Marisa, hanno fatto una breve ma essenziale apparizione in un nostro lavoro del 2008, “Le clamorose avventure di Mario Pappice e Pepé Papocchio”. Ora sono tornati in “gU.F.O.”, lo spettacolo a cui stiamo lavorando in quest’ultimo periodo, e che attualmente presentiamo in forma di studio in vari locali romani, pretendendo con arroganza il ruolo di protagonisti assoluti del nulla scenico. Sono esseri vuoti e paranoici. Dovresti tenerli alla larga.