di Stefano Tassoni


Completati gli studi in Ucraina, nella sua patria natale, l’autore partì alla volta di Pietroburgo in cerca d’un impiego. Ma gli guastò l’arrivo nella capitale un forte raffreddore, ancor più fastidioso perché, avendo la punta del naso gelata, non la sentiva. Così, subito trecentocinquanta rubli se ne andarono in vestiti nuovi: tale è almeno la cifra riportata in una delle sue rispettose lettere alla madre. Tuttavia, stando a una di quelle leggende che in anni successivi Gogol’ seppe intessere con tanta abilità intorno al proprio passato, si recò in primissimo luogo a fare una visita a Puškin, del quale era fanatico ammiratore, benché non conoscesse di persona il grande poeta. Lo trovò però ancora a letto e non si poteva parlargli. «Dio mio, » disse, pieno di reverenza e di compatimento «deve aver lavorato tutta la notte, vero?» «Lavorato!» sbuffò il cameriere del maestro «Macché! Giocato a carte! »
Aveva portato con sé a Pietroburgo alcune poesie, tra le quali Hanz (sic) Küchelgarten: il poemetto tratta d’uno studente tedesco, un po’ byroniano, e contiene immagini ispirate da un eccesso di letture “sturmunddranghiane” e cimiteriali. In più d’un’occasione si ha l’impressione che il vivace umore ucraino del giovane poeta prenda il sopravvento sul patetismo romantico, eppure fu un completo disastro. Scritta nel 1827 e pubblicata nel 1829 fu letteralmente stroncata da una recensione, breve ma micidiale, sul «Telegrafo di Mosca».
Gogol’ e il suo fidato domestico si precipitarono dai librai, comperarono tutte le copie e le bruciarono. La carriera letteraria dello scrittore cominciò quindi come doveva finire una ventina d’anni dopo, con un rogo catartico imposto dalle sue crisi ascetico-religiose e iniziate in seguito alla frequentazione di un fanatico prete predicatore, tale padre Matvèj Konstantìnovskij, presentatogli dal conte Aleksàndr Petròvič Tolstoj, altra sua vittima.
Nella notte tra l’11 e il 12 febbraio 1852 facendosi nuovamente aiutare dal suo servitore, prese un pacco di quaderni legati da un nastro e lo gettò nella stufa ardente. Il servitore, secondo il racconto lasciatoci dal fedele amico Pogodin, «comprendendo di che si trattava, cadde in ginocchio e lo implorò di non continuare. “Non è affar tuo”disse il maestro“è meglio pregare.” Il ragazzo prese a singhiozzare e continuò a implorare. Gogol’ notò che il fuoco si stava spegnendo e che solo gli angoli dei fogli erano carbonizzati. Allora riprese il pacco, slegò il nastro, dispose i fogli in modo da facilitare la combustione, accese di nuovo la candela e si sedette su una sedia di fronte al fuoco, aspettando che i fogli si consumassero. Quando tutto finì, tornò nella sua stanza, baciò il ragazzo, si sdraiò sul letto e scoppiò in lacrime». Secondo un’altra testimonianza, il mattino seguente chiamò il conte e gli disse che il diavolo gli aveva teso un inganno inducendolo a bruciare il manoscritto delle Anime morte invece di certe carte inutili. In ogni caso, dopo questo episodio lo scrittore cadde in uno stato di cupa malinconia e, giunto ormai a uno stato di debolezza irreversibile a causa dei prolungati digiuni con cui voleva mortificarsi, morì il 21 febbraio.