di Elisabetta L’Innocente


Le pene si dividono in pecuniarie, correttive, detentive, pena di morte. La pena pecuniaria si divide in multa e confisca. Le pene correttive consistono nelle bastonate, nelle nerbate, nella marchiatura a fuoco, nell’esposizione alla berlina; le bastonate e le nerbate sono sia autonome che accessorie alle detentive e sono in pubblico o in privato, mentre l’imposizione del marchio e la berlina accedono sempre a pene detentive. Queste ultime sono di tre tipi: la prigionia sola, la prigionia con lavoro pubblico, la prigionia con catene. La prigionia, nei suoi tre tipi, si congiunge dando luogo così a tre intensità: mite, dura, durissima. Ciascun tipo di prigionia in ciascun’intensità viene ulteriormente qualificata dalla durata, distinguendosi a sua volta in: temporale, lunga, lunghissima e ciascuna lunghezza viene distinta in “di primo grado” e “di secondo grado”. Come evidente il sistema è ispirato ad una notevole durezza e non può dirsi unitario. Nel 1810, Napoleone Bonaparte mette in vigore il suo codice penale, vero masso granitico nella storia della codificazione penale. Bisognava proteggere, persuadere, minacciare e scoraggiare. L’arbitro della legge occupa il posto del giudice, senza nulla togliere alla mirabile articolazione del codice. Acquisire o garantire la più piccola delle libertà comportava la riscrittura di una norma penale, di un divieto, di un crimine. I giuristi hanno di fronte un nuovo dilemma: ordine o libertà? Può uno stato sospendere la libertà dei cittadini per conservare se stesso? Il conflitto si presenta nell’eterna dialettica di prevenzione e repressione, nella difficile convivenza tra le ragioni della giustizia e quelle degli incolpati che farà da sfondo allo scontro tra le classi durante tutto l’Ottocento. “Modernizzazione” del crimine, interventismo dello stato, “civilizzazione”* della società: queste tre componenti sembrano apparentemente congiunte, ma resta la difficoltà di assegnare a ciascuna la propria parte nel complesso processo di formazione della giustizia statale. Sotto quest’aspetto appare evidente in Europa che gendarmerie, pubblici ministeri, tribunali, prigioni, giudici contribuiscono a rendere sempre crescente l’influenza dello stato sul corso della giustizia. Ritornando alla questione sulla libertà di ciascun individuo, una notevole importanza ha la privazione di essa. L’imprigionare comporta un progetto tecnico. La prigione è meno recente di quanto si affermi quando la si fa nascere con i nuovi codici. C’è una svolta epocale tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX. Il passaggio ad una penalità, dunque, di detenzione. I modelli di detenzione penale: Grand, Gloucester, d Street, segnano i primi punti visibili di questa transizione, piuttosto che innovazioni o punti di partenza. La prigione segna un momento importate nella storia della giustizia penale: il suo accesso all’“umanità”**. Una giustizia che si afferma uguale, un apparato che si vuole autonomo, ma che sia investito dalle dissimmetrie degli assoggettamenti disciplinari; tale è il connubio da cui nasce la prigione: “Pena delle società civilizzate”***. È facile capire il carattere di evidenza che la prigione-castigo assume ben presto. Vaan Meenen nel 1847 dirà, in merito alla nascita del sistema penitenziario, al congresso penitenziario di Bruxelles, che “esso è il progresso delle idee e l’addolcimento dei costumi”****. Sebbene ci rendiamo conto, oggi, della pericolosità e degli inconvenienti della prigione stessa, essa rappresenta la detestabile soluzione di cui non si saprebbe fare a meno. Il tempo privato come castigo. La perdita della libertà come condanna nel tempo. Possiamo, perciò, parlare di una forma-salario della prigione, che costituisce, nelle società industriali, la sua evidenza economica e le permette di apparire come una riparazione: prelevando il tempo del condannato, si traduce concretamente l’idea che l’infrazione ha leso la vittima, ma in primis l’intera società. Si sta in prigione “per pagare il proprio debito”, “il fio”. La detenzione non fu mai confusa con la semplice privazione della libertà, essa è o deve essere un meccanismo differenziato o finalizzato. Carcere, casa di correzione, penitenziario devono corrispondere a queste differenze e assicurare un castigo non solo graduato in intensità, ma diversificato nei suoi scopi. La riforma della prigione è quasi contemporanea alla prigione stessa, ne è come il programma. Ci fu una loquace tecnologia della prigione. Famose in Francia le inchieste di Chaptal del 1801 riguardanti l’apparato carcerario, o quelle negli Stati Uniti di Beaumont de Tocqueville nel 1831, o i celebri questionari indirizzati da Montalivet nel 1835 ai direttori centrali e ai consigli generali nel periodo in cui era al culmine il dibattito sull’isolamento dei detenuti. Divenuta punizione legale, essa ha riaperto il vecchio problema del diritto di punire e tutte le agitazioni che hanno ruotato intorno alle tecnologie coercitive dell’individuo. Si arriva così al principio, formulato da Charles Lucas, sul discutibile funzionamento del sistema penale moderno; una sorta di dichiarazione d’indipendenza carceraria: “la prigione deve essere un microcosmo di una società perfetta”*****. Si evince il chiaro riferimento al modello monastico e alla disciplina tipica di una fabbrica. Bisogna tener presente che la prigione, figura concentrata ed austera di ogni disciplina, non è un elemento endogeno nel sistema penale definito durante la svolta tra il secolo XVIII e XIX. Il tema di una società punitiva e di una semiotecnica generale della punizione che ha sotteso i Codici ideologici beccariani o benthamiani non richiedeva l’uso generalizzato della prigione. La prigione viene da altrove, viene da meccanismi propri ad un potere disciplinare. La giustizia penale definita nel XVIII secolo dai riformatori tracciava due possibili linee di oggettivazione criminale, due linee divergenti: l’una era la serie dei “mostri”, morali o politici, caduti fuori dal patto sociale, e l’altra era quella del soggetto giuridico riqualificato dalla punizione. Che l’innesto della prigione sul sistema penale non abbia prodotto violenti rigetti è dovuto a molteplici ragioni, una delle quali è che, fabbricando delinquenza, si è dato alla giustizia criminale un campo oggettivo unitario. La prigione, spiega Michel Foucault, è la zona più buia entro l’apparato della giustizia, è il luogo dove il potere di punire organizza silenziosamente un campo di oggettività in cui il castigo potrà funzionare in piena luce terapeutica e la sentenza s’inserirà tra i discorsi del sapere. Si capisce come la giustizia abbia adottato tanto facilmente una prigione che non era stata tuttavia figlia del suo pensiero.


Note:

* P. Piasenza, Polizia e città, Bologna, 1990, pp. 337-352.

** M. Faucault, Sorvegliare e punire, To, 1976, p. 181.

*** L. Rossi, Trattato del diritto penale 1829, op. cit. in G. Solfaroloi Camillocci, Nel palazzo del potere, To, 1989, p. 81.

**** M. Foucault, Nascita della prigione, To, 1986, pp. 211-213.

*****L. Cajani, Criminalità, giustizia penale e ordine pubblico nell’Europa moderna, Mi, 1997, p. 118.