di Denis Bachetti

I racconti della melassaJim si muove circospetto nella grande baia di fronte a sè; l’altro, un metro e ottanta di ragazzo dai muscoli tesi ed infiniti, pensa anch’esso a quanto la baia sia diversa  e forte e di come potrebbe, se solo decidesse di farlo, inglobare con una stretta il paese intero e le dispense e le zie in gonna lunga e le bici scalcinate.
«Ricordo di averne pescate a bizzeffe allora»
«Adesso non è il nostro turno, ma basterebbe una canna e un po’ di filo come Huckelberry Finn».
Sam guarda l’amico da terra, farnetica con la mente osservando la punta del suo naso e trovando buffo che si fermasse nel punto esatto in cui, da quella posizione, la vede incontrare all’orizzonte la sagoma del sole.
«Sembra che ti scotti Jim », Sam lo guarda ancora e sorride «Sembra che il sole ti stia scottando».
«Che diavolo dici?» Jim si tiene lo stomaco ruttando bisbigli confusi a risa. Il rhum gli scotta le pareti della gola mentre fissa l’amico da sotto il cappello. Respira piano ed ingoia.
Sam sorride «Mi fai ridere, parli e te la svigni ogni volta che incontri il sole». Jim lo guarda perplesso.
«Il Sole dici?» e si volta a scrutare quell’enorme massa arancio quasi temendo, voltandosi, che scompaia.
I due ragazzi vedono le loro anime riflesse in uno specchietto di fantasia puritana di contadini e ridono di quando in quando delle loro stranezze. Sono assorti in pensieri e considerazioni che sfuggono alla ragione.
Il rhum li eccita e li eccita essere sull’orlo della grande baia a sorseggiare. Da mesi, ogni giovedì si ritrovano qui per bere rhum. Lo rubano dalla dispensa di Jim e lo consumano sul ciglio della scogliera, dove si sentono grandi e maturi all’ora del tramonto. Ne consumano un buon quarto di gallone. Poi, prima di riporre la bottiglia, la reintegrano con dell’acqua di stagno. Inebriati dall’alcol, ridono di inezie e  buffi aneddoti.
«Mio nonno un giorno vi trovò dentro un girino e credendosi ubriaco lo tracannò senza badarci troppo ah!»
«Ma davvero? Ahahah!!»
«Non ridere di mio nonno, gigante di un villano!»
I due rotolano a terra e sorridono fissandosi come innamorati, si sfidano in illazioni ed insensatezze.
«Vedo l’Olmo spuntare ad ogni respiro!» ride e si dimena l’uno.
«E io riallaccio i cardini dei cavalli giganti!» urla l’altro.
«Molasses!» esplodono in coro; bruciano di piacere ascoltando gli albatros cantare: il Rhum li fa sorridere producendo in loro un’ebbrezza irrefrenabile. Non si bada più alle nonne in casa e alle mamme che aspettano. Non si parla del raccolto e delle cose che si dovrebbero fare. Ridono squassati dall’alcool e bruciano di un calore cieco e rivoltante.
Jim da un ultimo sguardo all’orologio, poi si alza di scatto e tira su i pantaloni con le mani «È ora che vada, mia madre mi ucciderà». Strappa la bottiglia dalle mani dell’amico. Sam è atterrito. Jim, in piedi, lo fissa minaccioso. Sam si guarda le ginocchia alzando appena la testa dal terreno. Le scarpe sono nere e pregne di qualcosa che le fa sembrare enormi rispetto alle caviglie.
«Vai al diavolo Yankee!» esclama Jim, poi alza il dito medio e fugge via.
Mentre l’amico lo lascia, Sam alza lo sguardo al cielo rimanendo immobile nell’erba «A questo punto l’albatros si alzò in cielo» esordisce all’improvviso a voce alta «Sorvolò la baia, poi si avvicinò al sentiero!».
Aveva sentito parlare di teatro ed assistito ad una commedia mesi prima. Nei momenti come questo gli capitava di pensare al palcoscenico e agli attori e allo scricchiolio delle scarpe sul proscenio. La sua mente gira e vaga, godendo di un aberrante piacere. Ora recita all’aria muovendo a rapidi intervalli il braccio destro; alza il tono d’improvviso e sbarra gli occhi: «Puntò il becco verso il ragazzo fermo e s’involò, le ali si fecero di ghiaccio e lo sguardo s’aguzzò!» . Sam immagina se stesso ucciso dal tuffo da un uccello. Urla di pazzia e delirio «… già assaggia il ventre del ragazzo e il breve tepore dello stomaco perforato gli tempesta la mente di gioia! Oh, avida grandezza!!… Oh, trapasso marino!!»
Mentre affronta il declivio con la bicicletta Jim avverte le urla dell’amico intervallarsi alle pedalate. Tira il freno posteriore  e si ferma ad ascoltarle col naso rivolto alla collina come ad annusarla. «Gigante di un villano» bisbiglia. Sente le tempie pulsare come mai prima d’ora e scorge attorno agli occhi riflessi dal piccolo specchietto della bici una corolla madida di sudore e sente, mentre si specchia, le spinte verso il basso dell’intestino e le budella lamentarsi e contorcersi dalla fame. «L’albatros di Coleridge mi ha rubato la vita!!» sente urlare «colpa della baia, infezione dell’animo mio!!»; a quella distanza Jim distingue ancora le parole di Sam, il suo delirio inspiegato che risulta così sordido e sinistro da indurlo a credere che l’amico sia davvero ubriaco. Le parole di Sam compongono un grido di rabbia e dolore che muta in nenia delicata e lamentevole man mano che si allontana. Jim vive nella baracca di fronte al granaio. Ama passare lì i pomeriggi e le lunghe mattinate assolate. La baracca gli regala una spanna d’orgoglio da giovane adulto nella grande fattoria da cui la mamma ogni dì lo richiama all’ora del pranzo. Riposta la bottiglia in dispensa, il giovane yankee attraversa il pollaio seguendo con lo sguardo l’uscio della casa materna. La polvere sospesa tempesta l’aia all’ombra del grande olmo verde; Jim si china, apre la battuta incerta e si adagia sulla paglia. Steso all’ombra, al riparo dalle insidie e dai dolori del mondo, ritirato nel suo saldo giaciglio di yankee, asserragliato nella sua calda ed inviolabile alcova di pistolero, Jim sente il cervello atrofizzarsi, sbatte le palpebre ripetutamente e, rivolto al soffitto, fissa le incerte traverse ed  i fori luminosissimi dei proiettili nella lamiera. Disteso nella baracca supino, le gambe larghe e le braccia sollevate dalla paglia circostante, finalmente comodo ed invincibile, Jim avverte una forza inspiegabile, un moto propulsivo che gli formicola le spalle e la fronte; la bocca si stira in un ghigno di morte. Steso immobile e sollevato dall’alcol, pensa all’albatro che ha trafitto il ventre dell’amico, celebra col pensiero una danza esequiale mentre il vento colpisce la baracca ed i fori soffiano striduli latrati animali. Jim vede l’amico esanime con lo stomaco perforato, arreso alle braccia della baia gigante. L’orrore gli rizza i peli del viso e fa sudare le mani. Il braccio destro si alza ad afferrare una vecchia roncola arrugginita: si muove levitando piano e la sua mano sudata si staglia sul fragile soffitto della baracca. Afferrata la roncola se la porta al centro del petto stimolando con la ruvida punta di ferro l’osso dello sterno.
«Vai al diavolo Yankee!» sente cantare una voce lontana. I suoni si diffondono nell’aria come flebili ricordi di bambino, soavi onomatopee di sogno e delirio «Riallaccio i cardini dei cavalli giganti!!» continua la voce.
«Molasses!» ribatte Jim. In questo momento vede la faccia di Sam che lo fissa sorridente mentre l’albatro gli scarnifica il volto con le ali semiaperte e le zampe insanguinate. Sopraffatto dall’orrore, si scuote in un sussulto che lo fa scattare verso il soffitto. «Gigante villano» sussurra mentre è già fuori. Urta il capo sullo spiovente di lamiera, scaglia la roncola verso una gallina impaurita aldilà della recinzione di filo ferrato, poi attraversa il pollaio, inforca la bicicletta e, come un cavallo imbizzarrito pedala a perdifiato verso la grande baia e verso il suo amico. Il suono delle campane si confonde al rumore del vento durante la risalita. Sul pendio Jim scaglia la bici a terra e prosegue costruendosi un sentiero personale, facendo leva sui sassi scoperti e le improvvise, solide tortuosità delle radici. Arrivato sulla sommità del pendio, sente una folata di vento violento scuotergli la faccia, già emaciata dall’improvviso spavento. Non si ode più la voce di Sam e la piana assolata è ora in penombra, velata da un crepuscolo innaturale ed inspiegabile data l’ora.
«Che ore sono e dov’è Sam?» gli domanda qualcuno da dietro con voce beffarda. Jim si volta esterrefatto ritraendo il collo quasi temesse di essere braccato. Il suo cuore è un volano impazzito, agguerrito ed indipendente. «Dov’è Sam, ti dico, e che ora si è fatta?» seguita quello mentre Jim si convince di non aver avvertito quella voce. Si volta di nuovo verso la baia e punta il margine della scogliera: l’incedere irregolare è della mamma che, non vedendo il figliuolo rientrare, si getta alla finestra attratta dal rumore di un incidente. Le gambe vengono spinte avanti alla rinfusa nell’erba alta e si alternano irregolari sondando le asperità del terreno. La bocca semiaperta e lo sguardo già rassegnato al peggio, Jim s’invola verso la meta protendendo le braccia in avanti, il mento alto di chi nuota alla deriva; caccia il piede destro in una buca terrosa e cade in ginocchio. In quell’istante un tonfo fragoroso e inaspettato gli scuote le tempie provocando un vuoto d’aria attorno a sé: tutto si ferma per un istante, si odono urla smorzate e cadono foglie come da alberi squassati da una mina. Jim balza in aria dallo spavento, scorgendo nella concitazione di quell’attimo uno stormo di uccelli alzarsi in aria da un piccolo cratere circolare formatosi tra i rovi. Ora rallenta la marcia. Le orecchie fischiano forte e non esiste più Dio per qualche attimo a seguire. Nei pochi metri che lo separano da quella fossa, la mente di Jim ricrea scenari apocalittici di battaglie disumane ed urla, cariche a cavallo e affondi, sentenze sommarie ed impiccagioni, risa di streghe ed immagini di ratti sorpresi da un lampo, come se la mente dovesse predisporsi ad accogliere dal vivo, per la prima volta, il frutto di un così sinistro presagio di dolore e raccapriccio. «Molasses» seguita la voce da dietro, «Molasses» ribatte Jim battendo la lingua su labbra innaturali, aride ed esangui. Il suo respiro muta in un lieve tepore malsano, attraversandogli gli occhi e la fronte in un ultimo effluvio ristoratore.
Giunto sulla sommità della collina ed a pochi metri dal margine della scogliera, Jim individua la sagoma di Sam distesa nell’erba. Gli occhi di Jim indugiano sulle due enormi scarpe stranamente accavallate in una postura sghemba ed innaturale: sono lacerate e pregne di qualcosa che le fa sembrare gonfie ed enormi rispetto alle caviglie cerulee e lattiginose. I due piedi enormi sono agghiaccianti nella loro immobilità e lo sguardo di Jim vi si pianta quasi ad inibirsi della visuale ulteriore che va prospettandosi. Non vi è cratere alcuno attorno al corpo ma solo un letto di erbacce piegate in precedenza dai corpi dei due ragazzi. La deflagrazione non è che il prodotto del panico: un delirio fulmineo, mioclonico di Jim che sente ora un brivido improvviso, simile a quello di due gocce d’acqua gelida che scivolano dietro le orecchie e sospende la respirazione in uno spasimo forzato quanto necessario.
Al margine della scogliera, a pochi passi dal vuoto in cui insisteva sospeso il sole come un’enorme arancia rossa, disteso in un letto d’erba e piccoli arbusti, il corpo di Sam giace devastato sotto uno stuolo di piccoli dorsi di uccello festosi e brulicanti: si muovono meccanicamente come tastiere di un pianoforte e stridono e si dimenano affaccendati, infierendo sul viso del ragazzo disteso a terra. Il corpo straziato giace in una posa di grazia religiosa, arreso al nemico con le braccia allargate a mo’ di donna violata. Su uno dei polsi candidi e rivolti al cielo è deposto l’escremento verde di un albatros appartatosi momentaneamente dal banchetto. Il suono dell’assurdo investe d’un colpo l’aria tutt’attorno espandendosi con canti e litanie gregoriane. Uno degli uccelli, primeggiante sul nutrito stuolo e aggrappato alle pareti morbide del collo di Sam, si volta un istante verso Jim mostrando il lungo becco insanguinato muoversi a forbice. Torna poi ad affondare con sprezzo la piccola testa nella carne, ritraendola rabbiosamente ad ogni affondo. Pochi metri alle spalle di Jim intanto, appostati come cecchini sul ramo senza fronde di un giovane olmo, assistono alla scena dei nuovi uccelli che in volo si avvicinano  attratti da continui, subdoli richiami. L’orrore disegna sul viso di Jim delle occhiaie tonde e lucide di sudore, i polsi si fanno grandi e pesanti ed il viso muta in un ghigno  da serra denti forzato e doloroso. «Molasses» suggerisce una voce misteriosa dietro di lui. Torcendo il mento orrendamente verso la spalla, il ragazzo sente mancarsi in un afflato d’aria calda e virulenta. I canti gregoriani tacciono d’improvviso e tutto è sospeso in un subitaneo, inderogabile effluvio di moti e sensazioni. «Molasses» fa Jim, proprio quando un forte odore di melassa pungente ed inspiegato investe la collina con il vento, espandendosi tra i rami degli alberi e sul campo fino alla grande baia assolata.