di Stefano Tassoni


Moby Dick“Chiamatemi Ismaele”.
È questo senza alcun dubbio il più famoso incipit di romanzo della letteratura occidentale e sono le prime parole del narratore-protagonista che fin da subito presenta se stesso come un abitué dei sette mari: si arruola sulla prima barca disponibile non appena ne sente la necessità. Ma stavolta la sorte gli riserva il “Pequod”, il vascello del capitano Achab, una sorta di microcosmo di cui questi è il tiranno o, come meglio è stato definito, l’Ulisse. E già dall’inizio si coglie la complementarietà del Weltschaung dei due personaggi principali.
Per comprendere appieno ciò che davvero separa su opposte rive Achab e Ismaele, è bene però ricordare che il marinaio è solo in parte l’antitesi del capitano, che nell’inafferrabile capodoglio vede unicamente lo strumento e la personificazione del male. Anche il protagonista, infatti, percepisce attraverso la balena bianca la profonda disparità che intercorre tra immaginazione e realtà: per entrambi Moby Dick incarna il nocciolo duro, l’enigma misterioso del creato, di tutto ciò che giace al di là dell’apparente e del sensibile, velo d’allegoria che sempre tenta e strega, qualunque sia poi il nome che di volta in volta si dia a questo enigma.
La differenza fra i due risiede nel fatto che per Ismaele Moby Dick è angelo e demone, purezza e corruzione; oggetto insieme di orrore e reverente meraviglia è dunque un polivalente e sfaccettato mistero, l’incarnazione stessa dell’assoluto e di tutte le nostre inevitabili domande.