Intervista Andrea PietrobonCosa significa per te scattare una fotografia e perché lo fai?
Immortalo momenti, sensazioni, esperienze; per ricordare e documentare la vita e il mondo, le diverse culture; per portare lo spettatore nel luogo e nel momento in cui scatto pur non essendoci mai stato fisicamente. Tutti scattano foto, ma molte persone con la digitale in mano, che osservo quando sono in giro, non mi trasmettono passione. Forse la fotografia viene presa più come un gioco, ma nel mio caso la fotografia è ricerca.

Nelle tue fotografie si evince chiaramente una particolare attenzione per i paesaggi urbani e la loro fisionomia. Come mai?
Riporto lo spettatore in posti a lui conosciuti , ma mai analizzati e osservati sotto altri punti di vista, rispetto alla quotidianità. La deturpazione urbana è il chiaro simbolo di una società che occupa spazi, li sfrutta e poi li abbandona, una volta che li ha resi inutilizzabili. Sobborghi, stazioni, quartieri: immortalo situazioni che si vengono a creare in questi ambienti degradati, occupati da persone spesso poste ai margini della società. Rom, tossici, extracomunitari.

Come una città diviene forma espressiva?
Il fascino della città risiede in essa stessa. Sta al fotografo cogliere momenti che si vengono a creare nel suo interno. L’architettura è arte,  e l’urbanizzazione esprime, attraverso strutture occupate dall’uomo, quello spazio che per lui è in ogni caso vitale. Ogni persona vive la città a modo suo, io voglio solo far capire la maniera in cui io la vivo.

Come agisci nelle cinque fasi logiche proprie della fotografia (reperimento, elaborazione, acquisizione, processo, edizione)?
La sovraesposizione spesso domina le mie fotografie, “invadendo” completamente lo spazio che i personaggi occupano. Il risultato è l’annullamento del tempo. Bruciando la fotografia spesso i figuranti si ritrovano ad occupare uno spazio completamente vuoto. In questo modo l’occhio dedica la propria attenzione al personaggio stesso.

Intervista Andrea Pietrobon 2Quali sono le tematiche che possiamo estrapolare dalle tue opere? Parlaci delle tue ideologie.
La società ai margini. Se l’occhio non vede l’animo non si sensibilizza. L ‘osservazione permette di porsi domande diverse, mettere in dubbio le cose. La vita non e’ un reality show, non è la tv! Le stazioni, le persone di passaggio, i treni perduti, sono occasioni buttate e i binari sono le strade possibili da percorrere. Sta a noi decidere che linea prendere e che binario seguire. La vita ai margini è la realtà che la nostra società cerca di nascondere. Siamo i figli scomodi di Dio.

Cosa ne pensi dell’arte della Fotografia, nello specifico di come viene considerata nel nostro Paese?
L’ arte nel nostro paese purtroppo è indietro di circa cinquant’anni. Qui gli stimoli per me sono pochi, come i riscontri reali. Basta pensare che, nella maggior parte dei casi, per esporre bisogna pagare. È un’assurdità. L’ arte è pubblica. È nostra, è  un bene comune. La sensibilità negli animi è rara, ed è difficile da trovare, da possedere. Io sono spettatore della vita, la mia, e di quella dei personaggi nelle mie foto. Parlo di momenti magici, che voglio condividere con il pubblico. L ‘arte italiana è una merda! L’arte è merda non avendo più scopi, se non quello di commercializzare opere di cui noi tutti dovremmo essere già proprietari!

Qual è il tuo pensiero a proposito del rapporto fra oggettività e soggettività dell’immagine?
Gli scatti casuali a volte sono i migliori, in altri casi invece la ricerca tecnica è tutto. Ma la tecnica senza cuore non è niente. Posso studiare fotografia per anni e imparare tutte le regole, ma queste ultime sono fatte per essere trasgredite e gli insegnamenti in certi campi, come quello dell’arte, si annullano quando si opera. L ‘immagine non è niente senza il significato che ognuno di noi le attribuisce.

Intervista Andrea Pietrobon 1La fotografia è un’arte giovane. Pensi ci sia ancora molto da scoprire, o ritieni che nella camera oscura oramai sia avvenuto tutto il possibile?
Nella vita non si smette mai d’imparare, tanto più nell’arte. Ogni giorno puoi capire e cogliere cose nuove all’interno della camera oscura. La sperimentazione è la chiave di una illimitata risorsa che ti permette di continuare. Senza la ricerca e la sperimentazione tutto questo muore. La troppa tecnica, la troppa razionalità soffoca gli stimoli.

Quali sono i tuoi punti di riferimento, nell’arte e non?
Io non ho punti di riferimento. Anzi, tutto può esserlo e niente allo stesso tempo. L’arte vera è morta, essa è ingannevole a volte e materna altre. L’artista è la sua arte, ma l’arte non esiste se non c’é chi la applichi. La ricerca alimenta l’arte, l’arte alimenta gli animi, gli animi coinvolti si pongono domande.

Che progetti hai per il futuro? Illustraci i tuoi obiettivi.
Vivere d’arte è quasi impossibile, siamo schiavi del lavoro, schiavi di noi stessi. Bisogna sopravvivere, quindi è inevitabile non piegarsi a questo circolo vizioso. A noi piacciono le belle cose e per averle dobbiamo spesso fare un lavoro che a noi non piace, magari con un datore di lavoro che sogni di soffocare, ma che devi inevitabilmente rispettare per non perdere il posto.