di Luca Torzolini

Lo vedo. È lì dietro il muretto che attende da chissà quanto tempo. Ha rubato la pazienza a Giobbe o forse, più semplicemente, l’arte è al primo posto per lui. Se riuscirete a vederlo, sarà già troppo tardi: veloce come un fulmine, avrà rubato un istante che vi ritrarrà per sempre come vuole lui. Poi sparirà, continuerà a cercare altrove un’appetibile mossa falsa.

La mossa che vi mostrerà umani agli occhi di uno spettatore futuro che, guardando le sue foto, ci penserà due volte prima di mettersi le dita nel naso in luogo pubblico: potrebbe finire in una mostra di fotografia, con sotto una recensione critica; come didascalia, la spiegazione di quanto cazzo sia perfetto il livello di tensione muscolare dello sternocletomastoideo rispetto alla debole contrazione dei muscoli facciali, quasi annoiati nell’atto informale.
Protesa a una scoperta abissale della natura umana, la fotografia di Michele Di Giacomo esplora quella superficie sociale che intesse, nello scorrere del tempo, fotogrammi di ordinaria follia. Istantanee in grado di mettere a nudo le radici di modelli comportamentali che si perpetuano nelle più svariate culture e si mescolano nel rapporto ego/alter, dando vita a “paesaggi umani”, perfetti solo se osservati nella loro più intima imperfezione. La tecnica fotografica è quindi elevata a regia teatrale, fissante sul palcoscenico della composizione gli attori che recitano lo spettacolo della vita. Sarete posti di fronte alla ricerca metodica e al contempo furibonda dell’attimo irripetibile, diretto a mostrare le più profonde pieghe del sodalizio fra uomo e realtà: dal maestoso monologo della solitudine di una vecchia canuta che si affaccia alla finestra, alle carezze predatrici di un morboso amante che si accinge ad esplorare la concubina in pubblico. Dal contrasto fra il filo teso di un aquilone che cerca la libertà quasi per gioco e il guinzaglio teso nel rapporto tra cane e padrone che sottende la tensione verso una libertà primordiale. Dall’effimero all’immortale: unica intermediaria, la luce.
I personaggi delle foto esigono uscire dal loro contesto, animati da forza empatica, per essere reinterpretati dallo spettatore, il quale scoverà nello studium la deflagrazione del punctum a lui destinato.
Analizzando gli scatti è certo possibile rintracciare suggestioni bressoniane e giacomelliane sul piano stilistico, analogie con Eisenstaedt e Doisneau. Ma laddove lo studio dello scatto si adorna dei grandi della fotografia, più chiaro e forte si manifesta una sorta di “voyage privé” che ridisegna i contorni del “vangelo secondo Michele”.
Lo scatto non è pensato: è. Carico di tutte le nozioni apprese e poi dimenticate, perché acquisite e mescolate al proprio bagaglio spirituale. L’artista concepisce la vita in modo unico e irripetibile, diverso da ciò che è stato concepito e da quanto verrà sperimentato dopo di lui. E nessun critico potrà rinchiudere, nei limiti della parola, le sceneggiature della luce: rimarrà a bocca aperta, in silenzio, a contemplare l’amore per l’arte. Così ossessivo e gaudente, romantico fino al malato.
Michele Di Giacomo: una vita immolata alla fotografia, dove l’uomo si lascia andare e l’arte si dispera per aver superato il ruolo d’intrattenitrice ed essersi arrogata il diritto di volerlo come amante, in una storia al limite dell’esasperazione, un Ultimo tango a Parigi.