di Luca Torzolini

Oggi è un giorno
che si crede stufo di tutto
e insulto ogni uomo e me stesso e le stelle.
Brutto vizio, stufarsi.
Sarebbe meglio nascere imbecille,
e avere una moglie e un lavoro
da cui farsi imprigionare.
Meglio non essere,
come chi legge il giornale
e non capirà mai che in fondo
sono sempre le stesse quattro notizie
e l’identica solitudine incurabile
a dire al collega “Hai visto che è successo?!”

Oggi è un giorno
in cui è meglio lasciarmi stare;
mi sento come Said l’extracomunitario,
marionetta in una catena di montaggio
sgozza 1300 polli ad ogni turno.
E lento scava la fossa in cui ficcare la propria ascesi.

Po-po-pooooo! Po-po-pooooo!
1300 polli
li affronto con righe determinate,
ma di solito dico “Scappa! Sei ancora in tempo…”.
Mi fissano con la coda dell’occhio:
sono uno di quei coglioni che scrivono ancora poesie,
“poesia” una parola più antica di “museo”,
come dice il mio amico Denis.
Al museo non ci sono gelati:
c’è uno che spiega, e particolari, e pensare.
Sulla parola poesia è caduta troppa polvere.

Sono sicuro che
Said vorrà sgozzare me
quando leggerà questa poesia,
ma sono altrettanto sicuro
che non la leggerà,
perché la sue mani conoscono
solo sangue da macello.
Mai sentì
sgorgargli addosso
effluvi di sangue eroico
tra le pagine usurate dai pollici.

Ormai non m’identifico più con niente e con nessuno.
Sono senza speranza
come l’ultima parola di un condannato a morte.
Solo come il silenzio a venire.

Ho studiato filosofie di uomini
che risalivano pecore fluviali
per farsi crocifiggere sull’albero maestro.
Sentii rimbombare il loro amore infinito
nella mia piccola e cinica mente da agnostico:
avrebbero dovuto raccontare alle pecore
la loro illimitata pochezza.
Fare o ricevere violenza
non aiuta il carattere imitativo
del popolo.

Ho letto reietti
insultare perbenisti e benpensanti
dimentichi che hanno già le loro vite.
E tanto basta.

Ho sfogliato superficiali riflessioni
di uomini profondi
e le ho trovate più profonde di me,
d’ogni burrone e abisso
che credevo d’aver visto.
Sento ancora il loro disagio
correre lungo la schiena
e scavare,
prepotente scavare,
fino a raggiungere
il più placido dei nervi
e il più inutile dei capillari
e non fermarsi.

Confutando ogni teoria
ho intravisto la Verità
fumare la sigaretta perfetta e irriducibile
della sconfitta umana
al disco-bar;
l’ho osservata ansimare per la bionda sul cubo
e pensare “Ad un porco non si può leggere la divina commedia!”
Poi si è avvicinata, le ha messo una mano tra le gambe,
e non ha dovuto spendere neanche una bugia.

Non mi dà più conforto alcuno
l’amicizia con i pochi intellettuali;
mi sfinisce l’attesa del bimbo deforme che porto in grembo
e la possibilità (pressoché nulla) di toccarti con queste parole
dove posso ancora farti male,
con lo schifo più violento che provo per te.

Non mi confortano, davvero,
il successo, il denaro e le donne,
offerti come un pacchetto vacanze
a chi si sente già arrivato
disilluso dall’idea che l’ha portato fin là.

Provo tristezza, un’infinita tristezza assassina
per chi invidia la fortuna dell’altro
che nascosto piange ossessioni di mercurio:
rosica per un dio perfetto al quale non potrà parlare. Mai.
Il divo tanto amato da un fan insignificante.

Ma mi alzo ancora al mattino tardi,
con in bocca gli eccessi della notte ,
e mi arrendo al mondo lettera per lettera
declamando alle pareti
poeti che ancora non conosco.

Ma mi muovo ancora, tra le folle,
con la patologica imperfezione che contraddistingue qualunque essere umano
e mi arrischio a castigarvi fonema per fonema
declamando di fronte a voi,
poeti che ancora non conosco.