di Eclipse.154


“Gianna! Dove hai messo il ghiaccio?” – la voce di Luciano echeggiò nel nulla. Gianna era sotto la doccia, probabilmente. Luciano tentò di nuovo, al triplo del volume ini ziale. “Eccomi, che vuoi?” – biascicò stancamente Gianna asciugandosi i capelli con una t-shirt.
“Non dirmi che ti sei dimenticata di ricaricare la ghiacciaia. Adesso cosa metto nel mio drink?”
“Sono le 8:30, coglione!” – l’indifferenza di Gianna saturava la cucina. – “Un semplice caffè non va bene?” – continuò, infilandosi un paio di mutandine.
“Piantala! Lo sai che il rum mi rilassa!” – bofonchiò Luciano, schiacciando una mosca con una rivista. Si attaccò alla bottiglia, ignorando il bicchiere di rum mezzo pieno abbandonato sulla mensola, fra libri mai letti e fazzoletti usati.
“Dovresti smetterla di bere al mattino. Almeno mangia qualcosa! Sai quante persone muoiono ogni anno in Italia, a causa della cirrosi epatica?” – disse Gianna in tono solenne.
“Uff, no. Quante?”
“Non lo so. Sicuramente molte.” – Una sterminata distesa di molliche ricopriva il pavimento. Luciano, ignorando Gianna, si domandò se fosse o meno il caso di comprare una scopa, o qualcosa di simile.
“Comunque il ghiaccio è al solito posto. Cerca meglio.” – Gianna si accasciò sulla poltrona e come al solito accese il televisore. Era l’Ora dell’Oroscopo.
“Ehi, adesso dice il tuo segno! Vieni!” – miagolò Gianna tutt’a un tratto.
“…Cancro: anche oggi una meravigliosa giornata vi si prospetta. Nel lavoro dovrete operare scelte importanti per il vostro futuro e grazie alla vostra maturità professionale tutto andrà per il meglio. Nell’amore il forte feeling che avete con il partner vi farà prendere in considerazione l’idea di fare seri progetti per il futuro. Alla fine della giornata, infine, una grossa e inaspettata vincita in denaro suggellerà il vostro momento fortunato.”
“Hai sentito amore? Avrai una meravigliosa giornata! Sei contento?” – Il gaudio di Gianna non aveva ritegno, dedusse Luciano, visibilmente infastidito.
“Hai forse dimenticato dove lavoro? Sono dipendente in una tabaccheria gestita da un vecchio di ottant’anni, che probabilmente stasera morirà; i clienti sono vecchi di ottant’anni, che probabilmente stasera moriranno. Mi spieghi cosa c’è di positivo nel lavorare con e per gente la cui prospettiva di vita è uguale a quella di un baco da seta? Ogni giorno potrei ritrovarmi senza lavoro e senza una lira, a causa di questi vecchi di merda! Quali potrebbero mai essere le importanti scelte di lavoro? Dimmelo tu! Vincita in denaro, poi. Ma se non gioco mai?! Mi faccio un altro drink! Dove hai messo il ghiaccio?”
Il ritardo con il quale Luciano raggiunse la tabaccheria era sconcertante. Semi-ubriaco – la sbornia era per metà svanita, a causa delle energie impiegate per accendere l’auto – aprì il piccolo negozio e alzò la saracinesca con uno sforzo che gli parve troppo intenso. Il sole di giugno irruppe brutale nel negozio, portandosi dietro un calore parossistico e soffocante. Luciano, accecato, raggiunse il retro della bottega ed entrò in un minuscolo e lercio bagno. Si sfilò la polo e si lavò la faccia e le ascelle, asciugandosi con la carta igienica. Diresse lo sguardo fuori la finestrella. Il bar dove lavorava Gianna era proprio dinanzi, dall’altro capo della strada.
Luciano e Gianna si erano conosciuti un giorno qualunque, tranquillo e noioso. Se lo ricordava bene Luciano, non aveva ancora bevuto nulla quando irruppe nel bar ed ordinò un caffè. Gianna era nuova, assunta da pochi giorni: sembrava una ragazza pulita e discreta. Due giorni dopo si videro per un aperitivo. Luciano bevve quattro vini rossi e un Campari senza ghiaccio con fettina di limone. Non mangiò nulla. Gianna bevve solo metà del suo cocktail analcolico. Da un po’ di tempo non poteva bere alcolici, disse. Era per via di una lieve cura farmacologica che stava affrontando e che non prevedeva l’assunzione contemporanea di alcool. Lo ammise sorridendo, senza dare peso alla faccenda, leggera come un petalo. Luciano da subito provò grande at trazione per lei, sebbene fosse una ragazza non proprio bellissima. Era da tanto che non andava con una donna e Gianna venne in suo soccorso: si concesse immediatamente, ma Luciano aveva bevuto un po’ troppo e nell’impossibilità di avere un’erezione asserì che un crampo all’alluce gli impediva qualsiasi movimento e, fingendo di essere mortificato, che il congresso carnale si sarebbe dovuto rimandare. Lei capì, lo sfiorò con un bacio e lui si commosse. L’indomani si svegliò presto per “esercitarsi”. Quella sera si sarebbero rivisti e un’altra gaffe non sarebbe stata ammessa. Doveva assolutamente dare prova di quella virilità che, anni prima, era sempre stata un suo segno distintivo.
Quel giorno Luciano bevve molto vino: aveva comperato delle bistecche disossate con le quale gradì molto abbinare un rosso di provenienza sarda. Si svegliò due giorni dopo, con un’atroce emicrania e il portone di casa spalancato. In cucina aleggiava ancora l’odore del manzo.
Nessuna traccia di Gianna.
Nessun sms, nessun messaggio in segreteria. Quando, titubante, tornò al bar, lei lo accolse con un sorriso, come se nulla fosse. Luciano trangugiò un amaro alle erbe e la invitò a cena. Lei accettò e lui, felice, bevve un altro amaro.
Da quella sera Gianna si era praticamente trasferita a casa di Luciano; sebbene il suo appartamento fosse troppo piccolo anche per una persona sola, Luciano fu felice del cambiamento. Gianna non sapeva cucinare, non sapeva pulire e non aveva voglia di imparare entrambe le cose. Luciano era uguale. La loro pigrizia sconfinava nell’affinità totale. Facevano l’amore quattro volte al giorno, poi lui era stanco e ubriaco e quindi dovevano smettere. Lei prendeva delle strane medicine sub-linguali. Era ossessionata dalle saponette, dovevano sempre esserci dodici confezioni integre: era per questo che le medicine risultavano necessarie. Questo disse il medico, dopo che Luciano si lavò le mani con una delle saponette in questione e una crisi scosse violentemente Gianna, che scioccata e nuda si precipito in strada. Temeva per la sua vita, per il suo ordine; il medico lo spiegò a Luciano ed egli a fatica capì. Era stato un errore atroce violare una delle confezioni. Quella sera Luciano si ubriacò.
Da allora le cose non erano cambiate, ma i due erano tuttavia sereni e illusi. Luciano rispettava le saponette di Gianna e quest’ultima non mancava mai di comprare del rum.
Sospirando Luciano si rimise la polo e tornò al bancone. Il vecchio Ado, cliente abituale, lo stava aspettando per comprare il solito tabacco e nell’attesa si era assopito. Russava come una tromba e un rivolo di saliva gli colava dalla bocca, umettando il bancone. Luciano lo fissò: “Come cazzo fa a dormire in piedi?” – si chiese ad alta voce, sinceramente incuriosito.
Il caldo si imponeva sempre più. Urgeva qualcosa di fresco. Forse Gianna era già arrivata a lavoro e poteva portargli qualcosa di fresco, magari una birra. Ado si svegliò.
“…e tutte le volte che vado da mia sorella lei mi prepara il tacchino frullato, perché senza denti non posso masticare. Me lo ha detto il Dott. Di Clemente, quello che abita sotto casa di Adelina. La conosci Adelina? E’ un’amica di mia sorella! Ma tu chi sei, giovanotto?”
Luciano annuì e condusse fuori il vecchio delirante. Chissà perché un uomo, alle soglie della morte esce di senno, si domandò Luciano componendo il numero di Gianna e sbirciando fuori dalla finestra. Un aereo solcò il cielo lasciando un esile pennacchio bianco.
Luciano si ricordò della sua infanzia, di quando suo padre era ancora vivo. Amava collezionare modellini, in particolare aeroplani in alluminio, ne andava molto geloso. Di tanto in tanto poi, la domenica mattina, dopo la messa, lo portava con sé a fare un giro su un aereo vero, uno di quei piccoli apparecchi che volano per miracolo e che il vento sbatacchia a destra e a manca, quando raggiungono una certa quota. L’uomo che li pilotava era un vecchio amico di suo padre, con gli occhi a mandorla e le gote sempre rosse. Aveva sempre caldo, era obeso e Luciano temeva di precipitare e morire, quando decollavano. Però poi, da lassù, tutto era piccolo e insignificante, le cose erano comprensibili e i problemi lontani. Un giorno, mentre sorvolavano un enorme campo di cavoli, il padre aveva insegnato a Luciano il senso dell’esistenza, cingendogli la vita in un abbraccio. Aveva detto che il senso della vita è l’amore e il rispetto, è prendersi cura dei propri cari e crearsi una famiglia. Portare a termine gli impegni con serietà, dedizione ed onestà. Condurre un’esistenza nel timore di Dio, vivere di principi solidi e duraturi.
Il padre di Luciano morì quattro giorni dopo. Faceva il vigile urbano e un giorno come tanti un uomo a bordo di un’utilitaria, ubriaco e pazzo, lo travolse a tutta velo cità, disarticolandolo. L’urto fu così violento che le unità di soccorso impiegarono nove ore per togliere dal paraurti della vettura le interiora del vigile. L’uomo non era molto conosciuto nella comunità e poche persone intervennero al funerale. Da allora Luciano visse con sua madre e sua nonna, fino all’età di 24 anni, allorché trovò un lavoro e un piccolo appartamento ove sistemarsi.
Luciano non dimenticò mai le amorevoli lezioni di suo padre.
Finalmente dall’altro capo del telefono rispose la familiare voce di Gianna.
“Amore ciao, sono io. Se sei al bar potresti portarmi quattro bottiglie grandi di birra?”