di Domenico Pantone


No, io il My space non l’avrò mai. No. Neanche per sogno. Perché? Perché mi vergogno. Sì, mi vergogno. Mi vergogno di far vedere a tutti la mia foto. E non voglio scrivere in una tabella i miei gruppi preferiti, perché prima voglio che qualcuno mi chieda quali siano. E le foto dei miei amici non voglio farvele vedere, perché sono tutti brutti. E soprattutto non c’è neanche una ragazza, tra le mie foto, perché sono timido e le ragazze mi hanno sempre messo in soggezione. No, non lo voglio fare. Non me lo fate fare. Non lo farò mai.
E sono stanco di subire la vostra violenza. Di tollerare la pornografia delle vostre personalità. Di sopportare l’aggressività del vostro ego smisurato, dei vostri punti esclamativi, delle tabelle disumane in cui imprigionate la vostra esistenza.
Vi odio. Questa è la realtà, vi odio. Odio le vostre facce sorridenti. Odio i vostri umori ambigui e i vostri aforismi a buon mercato, e odio il fatto che scrivete in inglese quando non sapete farlo. Odio le vostre foto artistiche, i vostri sogni e le vostre ambizioni, e soprattutto odio quella musica diabolica che mi aggredisce quando entro nelle vostre maledette pagine. La odio perché parte da sola, perché è incalzante, determinata, implacabile, assassina.
I vostri miti, i vostri eroi, li conosco già, ne ho sentito parlare, sono sempre gli stessi. Odio anche loro. Perché vi rappresentano, perché li avete assoggettati, per ravvivare il grigiore delle vostre vite spente e del vostro mostruoso anonimato. E li esibite, immolandoli, facendone olocausto, sacrificandoli al vostro aberrante bisogno di autodefinirvi, di nominarvi, di rappresentarvi.
Odio il vostro malefico ipertesto, che riproduce la superficialità delle vostre sensazioni, l’arroganza dei vostri pensieri, la menzogna dei vostri obiettivi. E odio i vostri “amici”, mortificanti appendici della vostra esigenza di aggregarvi, di contattarvi, di prostituirvi.
Avete rinnegato ogni forma d’ascolto, avete umiliato il tempo e lo spazio, avete emarginato i mondi e le persone. Siete degli spietati assassini.
Qualcuno, tra voi, vorrei conoscerlo davvero. Vorrei chiedergli che musica ascolta e che libri legge, e magari anche cosa pensa della vita e della morte, visto che vi piace tanto parlarne. Ma preferirei che non mi rispondesse, perché insicuro, perché si vergogna, perché è meglio che rimanga in silenzio. Almeno una volta.