di Stefano Tassoni

A me l’onore e, ahimè, l’onere di parlare del libro più magnificamente provocatorio dell’ultimo decennio! Ma non espliciterò oltre la spettacolare oggettività con la quale l’autore descrive, continuamente stupendo il lettore incallito che ancora speri di coglierlo in fallo, il suo mondo attraverso lo sguardo cinico-materialista tipico suo e degli autori del calibro di Raymond Carver, Bret Easton Ellis e Don De Lillo… Michel è un ricercatore di biologia con un brillante avvenire davanti a sé ma oltre che da un eccessivo stacanovismo è caratterizzato con tinte fredde che ricordano vagamente il “contemplatore” schopenaueriano, pur senza l’emotività di questo: appare infatti come un estremo calcolatore capace di osservare la vita nel suo scorrere (e prosciugarsi), annoiandosene. Un personaggio del genere può affascinare, certo, anzi, senza dubbio, ma alla lunga potrebbe rivelarsi piatto, monocromo. Ecco allora che il ruolo del protagonista necessita di un complice: Bruno, in sostanza, l’antitesi di Michel. Già, perché è un uomo di lettere. E di sesso. L’altra metà dello scibile umano appare così delineata con piccole e rapide pennellate che tuttavia denotano la stessa magniloquenza dei narratori russi ottocenteschi. Arbitrariamente penso alla descrizione a tutto tondo del mondo che offre Delitto e Castigo, ma se per Dostoevskij sono state necessarie più di 600 pag. ecco che il nostro autore ne impiega esattamente la metà per un ritratto senza dubbio altrettanto vivo. Un libro tripartito con sorprendente epilogo finale: una straziante purezza!