Chi è Ferdinando Scianna? Ci parli di lei.
Ho quasi sessantasette anni e faccio il fotografo. Da oltre quarantacinque. Questo mi ha portato a lasciare la Sicilia, a fare il fotoreporter, il giornalista e a fare esperienze diverse nel mio mestiere che mi hanno fatto campare e mi hanno anche fatto pubblicare una trentina di libri. Una buona vita, tutto sommato. Molto fortunata, forse. Certo, ho avuto dalla fotografia molto più di quanto abbia dato alla fotografia.

Nelle sue opere possiamo riscontrare svariati temi, quali la guerra, il viaggio, la religione. Cosa la spinge a indagare in queste direzioni?
L’antropologia, nel senso dell’interesse per quello che succede ai miei simili intorno a me, mi ha spinto, ancora ragazzo, a occuparmi delle feste religiose in Sicilia, che è un po’ diverso dall’occuparsi di religione. Il mio mestiere mi ha poi portato a viaggiare. Per un reporter, viaggiare e fare il fotografo sono quasi sinonimi.

Cos’è la fotografia?
Per me è una maniera di vivere, di entrare in relazione con il mondo, di guardare cercando di vedere, di capire. Un grande diario della mia esistenza.

Un suo celebre aforisma è “Credo che la massima ambizione per una fotografia sia di finire in un album di famiglia”. Qual è il motivo di questa sua convinzione?
Adesso si vuole considerare la fotografia come fosse una semplice immagine, una pittura, un disegno; ma non è questo la fotografia. La sua novità, il suo scandalo, in un certo senso, consiste nel fatto che le immagini fotografiche, per la prima volta nella storia dell’umanità, ci hanno fornito immagini non fatte, ma ricevute, piccoli strappi di esistenza. Per questo le incolliamo nei nostri album di famiglia. Farle, usarle e guardarle togliendogli questo misterioso senso di frammento di vita è rinunciare, buttare via la polpa della fotografia per accontentarsi della buccia formale.

Se dico Leonardo Sciascia, lei cosa risponde?
La persona determinante della mia vita. Padre, amico, maestro. Mi ha insegnato a pensare e a distinguere l’autentico dalla paccottiglia, lo stile dallo stilismo.

E se dico Henri Cartier Bresson?
Maestro e punto di riferimento, già da molto tempo prima di incontrarlo. Ho visto i suoi due grandi libri a casa di Sciascia. Poi è diventato uno dei grandi amici nella mia vita. Gli devo moltissimo. È stato con me di una generosità esagerata.

L’arte come testo: come vanno lette le sue immagini?
Ogni immagine contiene implicitamente un testo. Quello di chi la fa, quello di chi la usa, quello di chi la guarda. Il massimo che ti possa succedere, come fotografo e come uomo, è che altri, guardando le tue foto, ci leggano lo stesso “testo” che ci avevi messo tu, o meglio ancora lo arricchiscano con un testo nuovo nutrito, della propria esperienza e sensibilità.

Come s’inserisce la memoria nel procedimento fotografico?
Proprio perché la fotografia è quello strappo di vita di cui parlavo, la sua irruzione nella cultura occidentale ha profondamente trasformato la nostra stessa maniera di concepire e usare la memoria. La fotografia dà l’illusione di potere risalire nel tempo; siamo i primi a sapere che aspetto avevamo da bambini e come da bambini erano i nostri genitori. Ha cambiato il nostro sentimento del tempo. Proprio perché da l’illusione che se ne possa fermare un istante. Ci parla della morte, nutre la nostra memoria.

Che significato riveste per Ferdinando Scianna la città di Bagheria?
È il mio paese, quello in cui sono nato e vissuto fino a ventidue anni, nel quale si è costruito il mio immaginario e la mia educazione sentimentale di uomo, i miei amori, i miei rancori. La cassapanca della memoria da cui incessantemente si cavano i frammenti per costruire il proprio presente.

In una delle sue ultime conferenze a Roma ha spiegato che mettere insieme un libro di fotografie equivale a raccontare una storia. In che senso?
Un libro è la messa in prospettiva e la materializzazione di una scrittura, con parole come con immagini. Io ho una concezione molto letteraria della fotografia e questo determina, ovviamente, la mia maniera di concepire un libro con fotografie.

Che differenza c’è, in termini di qualità di resa, fra una fotografia in bianco e nero e una fotografia a colori?
Nessuna. Ognuno usa la lingua che meglio esprime quello che vuole dire.

Qual è la situazione in Italia per quanto riguarda la fotografia? Nel tempo il ruolo sociale del fotografo è mutato?
Era un artigiano. Lo si vuole trasformare in artista. Cattivo segno. Nessuno sa più che cosa sia l’arte. Allora che me ne importa di essere chiamato artista? Questa divinizzazione assomiglia a un funerale.

Cosa consiglia a chi vuole intraprendere questo mestiere?
Di farlo, appunto, come mestiere. Credendoci, divertendosi. Di non pensarlo come una carriera.