Dopo essere rimasti incantati da una serata intensa (La voce del Golem, 10 Febbraio Teatro Sala Uno, Roma) e suggestiva, dove musica e immagini si fondevano in un intricato arabesco simbolico, abbiamo scambiato una chiacchierata con l’ideatore del progetto: Maurizio Gabrieli. Artista, titolare della Cattedra di “Armonia, Contrappunto, Fuga e Composizione” presso il Conservatorio “S.Cecilia” di Roma e del Corso di “Storia della Musica” presso il Corso di Laurea Triennale in “Scienza dei Media presso la Facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali” dell’Università di Tor Vergata a Roma. Lo spettacolo da lui presentato e incentrato sul mito del Golem ci ha lasciato scioccati, tanto da non poter evitare di andare più a fondo…

Come è nata la sua passione per la musica elettronica?
La musica strumentale, sebbene insuperabile per fascino e ricchezza di contenuti, fa uso di parametri che hanno naturalmente dei limiti (l’estensione, il timbro, l’ambito dinamico, ecc.). Al contrario, la musica elettronica non soffre molto di tali restrizioni. Ecco perché la mia predilezione va a quest’ultima forma di linguaggio: poter esplorare un mondo sonoro in grado di riflettere la nostra capacità di immaginazione e dal potenziale quasi illimitato è una sfida che mi coinvolge e mi affascina enormemente. Riuscire a trasformare il pensiero e sublimarlo in forme sempre nuove stimola enormemente la mia creatività.

Chi sono i miti che l’hanno ispirata?
K. Stockhausen, del quale ho seguito  i corsi per un  breve periodo e che, personalmente, reputo il musicista più affascinante del XX secolo. I lavori da lui portati a termine fra gli anni Cinquanta e i primi anni Ottanta hanno rappresentato per me un modello di esplorazione del suono, della struttura e della forma, e tutt’ora mi fornisce suggestioni. Un’altra importante figura di riferimento è Brian Eno, del quale apprezzo la capacità di essere originale e allo stesso tempo facilmente fruibile per tutti. La lista di compositori non finisce certamente qui: anche il rock, la musica etnica o i più disparati generi, apparentemente distanti dal mio linguaggio, mi forniscono un’occasione di riflessione personale, mi suggeriscono idee da sviluppare e mi stimolano il senso di ricerca.

Nell’arco della serata l’abbiamo vista usare parecchi strumenti. Ce li può descrivere?
Il più innovativo tra tutti è senz’altro il “Monome”. Si tratta di un controller che, sfruttando le moderne tecnologie hardware (ad esempio è dotato di un accelerometro) e software (è completamente programmabile in ambiente MAX/MSP) permette di controllare in  tempo reale la sintesi e l’organizzazione dei suoni come forse nessuno strumento aveva fatto finora. Per le sue caratteristiche e per il fatto di distaccarsi dalle tecnologie precedenti (non è né una tastiera, né un’evoluzione di altri strumenti) mi piace pensarlo come il primo autentico strumento del XXI secolo.

Perché il Golem?
Il Golem è il mito dell’uomo che da vita alla materia inerte. Più o meno inconsciamente vi ho identificato le figure dell’esecutore e del compositore di musica elettronica, che per loro azione riescono a trasfondere la loro voce nel proprio mezzo.  Nella capacità di produrre energia sonora e di farla vibrare, rendendola percepibile, fanno vivere apparececchiature altrimenti morte, compiendo un atto creativo.

Che ne pensa del connubio tra arti e stili artistici diversi?
Tutto il bene possibile. L’apertura all’integrazione significa arricchimento: una poetica muore se non prende linfa intorno a sé, e il diverso fornisce suggestioni e rende vario un linguaggio che, se incapace di rinnovarsi, è destinato inesorabilmente a collassare su se stesso.

Progetti futuri?
Ad Aprile 2009 andrò a Istanbul per alcune lezioni sulla composizione algoritmica. Riguardo all’attività compositiva, nell’immediato devo realizzare le musiche per alcuni spettacoli di teatro, di cui uno legato a un progetto sulla filosofia Zen.

Molti pensano che la musica “ambient” possa considerarsi figlia, se non addirittura prosecutrice, della musica classica. Qual è la sua posizione in merito?
Mi sembra corretto, se pensiamo alla Musique d’Ameublement di Erik Satie che, in un’epoca in cui la riproduzione musicale fonografica era agli albori, produsse brani esplicitamente destinati a un ascolto non attento, cioè per essere utilizzati come sottofondo. D’altronde, la musica con funzione di “arredo” non è rintracciabile anche, per esempio, nella musica all’aperto che le società termali offrivano ai loro ospiti e che ha coinvolto compositori del calibro di Mozart?

Durante il programma televisivo X Factor si può ascoltare spesso il Dies Irae tratto dal Requiem di Giuseppe Verdi. Un artista in fondo populista come lui, secondo lei, si starà rigirando nella tomba?
O, se ancora vivo, gioirebbe per gli introiti che gli deriverebbero dal diritto d’autore? Al di là della battuta, l’uso che spesso viene fatto di frammenti da brani di repertorio è stato efficacemente analizzato dalla musicologa polacca  Zofia Lissa. Nel suo Ästhetik der Filmmusik (1959) la studiosa elenca undici possibili funzioni della musica da film e una di queste è proprio “la musica simbolo”. E’ noto come alcuni passaggi tratti dal repertorio della musica classica, quali ad esempio La Marcia funebre dalla Sonata n. 2 per pianoforte di Frédéric Chopin, i Carmina Burana di Carl Orff, le Marce Nuziali di Felix Mendelssohn-Bartholdy e Richard Wagner, siano spesso utilizzati per il valore simbolico che nella nostra cultura gli abbiamo attribuito. Estrapolati dal contesto nel quale sono stati concepiti, questi brani sono diventati delle vere e proprie icone musicali. E ciò senza nulla togliere alla grandezza dei loro autori.