Intervista realizzata nell’ambito del festival Collisioni (www.collisioni.it)

Quali sono i punti di contatto tra la cultura giapponese e l’arte operistica?
In realtà molto pochi. Forse solo ill modo in cui uso il respiro: è lo stesso del canto giapponese e del karate.

Il Giappone è molto famoso per i propri esecutori musicali virtuosi, anche enfant prodige. Cosa hanno le scuole di musica giapponesi che le altre non hanno?
Non è tanto l’istruzione ad essere speciale: i giapponesi hanno il dono di mescolare bene la cultura occidentale con la propria. Per cui un giapponese dotato di talento dispone di una percezione dell’arte più ampia rispetto ad altri.

In Italia l’opera lirica non gode di molta considerazione tra la gente comune, viene reputata come una forma d’arte di elìte. È lo stesso anche in Giappone?
In Giappone c’è lo stesso problema: solo una ristretta cerchia di persone si interessa all’opera. Tuttavia Riyoko Ikeda, con cui collaboro, ha una compagnia che aiuta i giovani ad emergere nel mondo della musica. Inoltre stiamo promuovendo un nuovo tipo di opera, metà narrata e metà cantata con i sottotitoli in bella vista. Così da estendere un po’ la nostra arte a tutti.

Da parte delle istituzioni c’è un attenzione particolare per l’opera?
Il teatro dell’opera di Tokio è proprietà dello Stato, ma non hanno un’attività molto grande e lasciano esibire per lo più cantanti stranieri. Di tanto in tanto la televisione di stato trasmette l’opera nel fine settimana.
Devo dire che grazie ad alcuni manga molto famosi la gente comune si è avvicinata alla musica classica, però l’opera resta ancora qualcosa di troppo impegnativo.

Come ha iniziato la carriera operistica?
Di base ho la voce potente. Il mio maestro di musica mi ha convinto, senza alcuna preparazione, ad entrare nell’accademia di canto.
Quando mi sono diplomato non avevo lavoro, così ho iniziato a studiare opera in un laboratorio di ricerca musicale. Iniziando a recitare ho capito che avrei fatto questo per tutta la vita.

Quali sono le opere liriche che ha sentito più sue?
Da giovani, di solito, si hanno molti tormenti. Quando ho interpretato il Michele del Tabarro, un personaggio che diventa un omicida dopo essere stato tradito dalla moglie, mi sono reso conto che sul palco posso fare delle cose che non è possibile fare nella vita normale. È stata un’illuminazione, ho liberato il caos che avevo dentro.

Cosa del Giappone avrebbe voluto portare qui in Italia e cosa dell’Italia porterebbe in Giappone?
Dal Giappone sicuramente il riso, oltre ad un po’ di cultura giapponese. Nel mio paese l’Italia è molto amata, più di quanto gli italiani possano immaginare; se fosse possibile prenderei una piccola chiesa ed un teatro: l’acustica qui in Italia è eccezionale.