di Stefano Tassoni

La tragedia aristotelicaCome è già stato detto, il primo studio critico sulla tragedia è contenuto nella Poetica di Aristotele. In esso troviamo elementi fondamentali per la comprensione del teatro tragico, in primis i concetti di mimesi (μίμησις, imitazione) e di catarsi (κάθαρσις, purificazione). Scrive nella Poetica: “La tragedia è dunque imitazione di una azione nobile e compiuta […] la quale per mezzo della pietà e della paura finisce con l’effettuare la purificazione di cosiffatte passioni”. In parole povere, le azioni che la tragedia rappresenta non sono altro che le azioni più turpi che gli uomini possano compiere: la loro visione fa sì che lo spettatore si immedesimi negli impulsi che le generano, da una parte empatizzando con l’eroe tragico attraverso le sue emozioni (pathos), dall’altra condannandone la malvagità o il vizio attraverso la hýbris (ὕβρις – Lett. “superbia” o “prevaricazione”). La nemesis finale rappresenta la “retribuzione” per i misfatti facendo nascere nell’individuo proprio quei sentimenti di pietà e di terrore che permettono all’animo di purificarsi da tali passioni negative insite in ogni uomo. La catarsi finale simboleggia la presa di coscienza dello spettatore, che pur comprendendo i personaggi, raggiunge questa finale consapevolezza distaccandosi dalle loro passioni per ottenere un livello superiore di saggezza. Il vizio o la debolezza del personaggio portano necessariamente alla sua caduta in quanto predestinata (il concatenamento delle azioni sembra in qualche modo essere favorito dagli déi, che non agiscono direttamente, ma come deus ex machina) e necessaria, perché da un lato possiamo ammirarne la grandezza (si tratta quasi sempre di persone illustri e potenti) e dall’altra possiamo noi stessi trarre profitto dalla storia. Aristotele aveva inoltre affermato che la favola deve avere un certo ordine ed una certa estensione. La tragedia deve quindi avere un principio, un mezzo ed una fine, e deve riuscire a rappresentare il passaggio dalla felicità all’infelicità o viceversa dei protagonisti nel giusto lasso di tempo: la cosiddetta unità d’azione, l’unica unità aristotelica realmente enunciata nel testo.  Il principio necessità di unità, ossia un inizio, uno svolgimento ed una fine. Le tre unità, teorizzate e canonizzate solamente nel Cinquecento, si riferiscono all’unità di tempo (la vicenda si svolge in un giorno), di tema (un solo tema portante) e di spazio (un luogo soltanto, difatti la scenografia all’epoca dei tre grandi tragici era statica).Tali unità sono state considerate elementi indispensabili del teatro per molti secoli, anche se non sempre sono state rispettate (autori del calibro di Shakespeare e Molière non ne fanno assolutamente uso). Fu questa la polemica romantica contro la poetica aristotelica che appariva priva di sentimento e distante dai tempi moderni: succede allora che l’elemento di pathos sia esaltato talvolta eccessivamente e che il personaggio tragico appaia come vittima di una sorte ingiusta: l’elemento psicologico tende a giustificare il cattivo, malvagio perché solo e incompreso dalla società e ad esaltarne le qualità prometeiche ed eroiche. L’eroe tragico tende da questo punto ad avvicinarsi sempre di più alle classi sociali medio-basse e quindi ad assumere il tono della denuncia politica. Come data convenzionale della fine dell’utilizzo delle tre unità può essere preso il 1822, anno in cui Alessandro Manzoni pubblica la sua Lettre à monsieur Chauvet sur l’unité de temps et de lieu dans la tragédie, nonostante le varie riprese cinematografiche come Nodo alla gola di Alfred Hitchcock.