di Giorgia Tribuiani


La sindrome di BrontoloAvete mai provato ad elencare i sette nani? Sì, lo so, arrivati al sesto non ricorderete il settimo. E questo doveva essere uno dei teoremi preferiti di Stefano Bollani, quando il celebre compositore e pianista jazz decise di intitolare il suo breve romanzo “La sindrome di Brontolo”. Il corollario? Il nano che si ricorda meglio è appunto Brontolo, in un mondo dove tutti sono pronti a lamentarsi di tutto. “Brontolo non fa che notare le cose che non vanno e non si accorge di altro. Brontolo non coglie le occasioni”.
Il libro di Bollani, però, è quanto di più lontano dal saggio apocalittico si possa leggere: tra la trovata avanguardista e il capitolo di metascrittura, l’autore ci conduce in un universo comico e dell’assurdo dove i palloncini ad elio portano su per la volta celeste i bambini che li acquistano, un uomo cambia identità in ogni paese (“E’ il mondo moderno. Si venera la molteplicità, la quintupla identità”) e il buon Simpliciano propina a tutti le storie surreali dei propri amici (“anni fa tutta questa gente se ne stava davanti al caminetto a raccontarsi storie; oggi se proprio si vuol raccontare loro qualcosa, tocca rincorrerli”).
La sindrome di Brontolo non vuole sciorinare massime esistenziali, ma solo convincere i lettori a fermarsi un momento e a guardarsi intorno, perché “il mondo non si accorge di nulla. Uno può benissimo assurgere improvvisamente al cielo, prendersi la colpa di tutto, vendere palloncini magici, guidare con filosofia, trovare un libro che parla di lui, allungarsi piedi e scarpe a dismisura e le macchine continueranno a rombare violente verso la loro improbabile destinazione”.