Paola Barbato è una donna tosta. Una donna che ama l’horror, il thriller, lo splatter, una donna che non si tira indietro se si deve parlare di sangue, budella e mistero. È stata scelta per sceneggiare numerosi albi di Dylan Dog, è una scrittrice per la Rizzoli, con due libri già pubblicati, Bilico e Mani Nude, più uno in fase di ultimazione. Ha, infine, co-sceneggiato una fiction trasmessa da Sky, Nel Nome del Male. Dopo questa sequela di lavori e meriti, penso che per lei si possa tranquillamente dire: è una donna con le palle.

Paola, iniziamo dal principio. Come è iniziata la tua carriera? Hai proposto anche tu, come decine di aspiranti sceneggiatori, le tue storie alla Sergio Bonelli Editore?
No, io ho scritto una raccolta di racconti (tutt’ora inedita) che -causa mancanza di liquidità- ho consegnato a mano a una ventina di case editrici con sede a Milano (tutte, per la cronaca, l’hanno respinta, e tutte con la stessa lettera e le stesse motivazioni). Mi è rimasto un dattiloscritto in più e, veramente per caso, ho deciso di lasciarlo alla Bonelli sperando che acquistassero un racconto per farne un soggetto per Dylan Dog (che leggevo). Invece mi hanno richiamata 6 mesi dopo proponendomi di provare a sceneggiare.

Quando una persona scrive per sé, sembra tutto bello o almeno godibile. Quando il materiale però, deve andare in stampa e poi venduto, i timori si moltiplicano, quali erano le tue paure iniziali? Temevi il confronto col pubblico?
Le paure io non le ho mai mentre scrivo, se quando scrivi cominci a pensare al pubblico e a cosa ipoteticamente vorrebbe, sei fregata. Dopo subentra quella sensazione da “les jeux sont fait”, e quindi attendo con una giusta dose di rassegnazione l’esito finale. Il terrore mi ha presa solo una volta: due giorni prima dell’uscita de “Il numero duecento”. Solo in quel momento mi sono resa conto del fatto che avevo preso il posto di Sclavi nello scrivere un numero celebrativo, e che il confronto mi avrebbe distrutta. L’ho chiamato in lacrime.

Le prime volte è stato difficile dare un “volto” a Dylan Dog? Attribuirgli delle caratteristiche che tu ritenevi appartenergli senza però deformarlo agli occhi del lettore. In sintesi, il processo di caratterizzazione del personaggio com’è avvenuto?
Non è avvenuto. Io ero lettrice, lo sono stata praticamente dai primi numeri, quindi avevo già una visione di Dylan, non ho dovuto adattarlo a me. Non gli facevo fare le cose che non mi piacevano e premevo invece sugli aspetti che trovavo più interessanti. Ma il “mio” Dylan era già ben solido nella mia testa.

Com’è il tuo rapporto con Dylan Dog, ti sei mai fermata davanti al foglio a pensare “dimmi tu cosa voi fare”?
Glielo chiedo sempre, ma solo perché a volte mi scapperebbe di fargli fare quello che farei io. E io non sono lui, cosa che non va MAI dimenticata.

Sei prima scrittrice o prima fumettista? Non dirmi che entrambe le definizioni sono calzanti o combacianti, non vale! La differenza sappiamo che c’è.
Prima scrittrice. Ho scritto per anni prima di diventare sceneggiatrice, e ho scritto anche MENTRE facevo la sceneggiatrice. Scrivere è il mio canale favorito di comunicazione da sempre.

Bilico ha ricevuto giudizi molto contrastanti, soprattutto per delle immagini molto crude, che ad una prima lettura ci si domanda come possa una donna, dolce e delicata come quella delle foto, pensare e immaginare scene del genere. Io che ho lo stomaco duro, ammetto di averlo pensato. E ora che ne ho la possibilità ti chiedo: come fa a pensarle una donna così dolce e delicata?
C’è un vizio di fondo. Io rifiuto l’immagine da te usata di “donna con le palle”. Benché figurativa, a che mi servono le palle? Perché solo gli uomini possono essere forti? Vengano in sala parto e poi ne riparliamo. Mi sento certo più “persona” che “donna”, non scrivo in virtù delle mie ovaie. Quindi è semplice: le persone con una fantasia marcata fanno sogni bellissimi e hanno incubi bellissimi. Se il fidanzato ritarda, lo immaginano maciullato tra le lamiere di un’auto in un terribile incidente; se immaginano di trovarlo a letto con un’altra, pensano di coprirla di benzina e di darle fuoco… Sfido chiunque a non aver mai immaginato cose terribili, in momenti di particolare tensione o ansia. Ecco, io ho fatto tornare a mio vantaggio questa fantasia così fervida. E in buona sostanza basta stare al mondo e vedere qualche telegiornale per immaginare cose terrificanti.

Mani Nude parla dei combattimenti clandestini, di come i ragazzi vengono presi e buttati in questi carnai, e per salvarsi sono costretti a malmenare e uccidere altre persone. Quali sono state le fonti che maggiormente ti hanno ispirato?
Nessuna fonte. Sono partita dal mio orrore per i combattimenti tra cani e mi sono immaginata combattimenti analoghi tra uomini. Il resto è andato da sé. Non mi sono documentata, mai. Sono andata di logica e di ragionamento, anche perché l’aspetto dei combattimenti era uno di quelli che mi interessavano di meno.

Torniamo con Dylan Dog. Nella storia di questo fumetto, quali sono stati i numeri che t’hanno lasciato più ricordi, più fascino e più paura?
I numeri altrui sono moltissimi, da Goblin a Sette anime dannate a L’altro. Stiamo per varare il numero 300 (ma come numero di storie, tra speciali, almanacchi, giganti e storie fuori collana penso che il numero sia già stato superato), scegliere è davvero difficile.

E finiamo. Se dovessi vedere morto l’Indagatore dell’Incubo, come sarebbe morto?
Banale dire “di paura”. Eppure, citando un film che amo, io lo immagino morire “vecchietto vecchietto dentro al suo letto”. Non in battaglie epiche, ma umanamente. Se lo merita, no?