di Domenico Pantone


Le regole del giocoConsiderare la cattiva accoglienza di un’opera d’arte da parte di pubblico e critica come sinonimo di incomprensione per un capolavoro può essere spesso fuorviante. Nel caso di La regle du jeu di Jean Renoir, tuttavia, tale osservazione pregiudiziale risulta perfettamente funzionante. Abbiamo a che fare con uno  spartiacque anomalo, un’imprescindibile pietra miliare, riscoperta e celebrata con decenni di ritardo, negli anni sessanta, dai registi-intellettuali della Novelle Vague. Un week-end mondano nella tenuta di campagna del marchese La Chesnaye cui partecipano squallidi relitti di un’aristocrazia annoiata alle prese con frivoli intrecci amorosi da commedia plautina. Personaggi ambigui e contradditori dai caratteri sfuggenti e instabili disegnano impietosamente lo sfacelo morale della società francese ed europea alla vigilia del secondo conflitto mondiale. I domestici di casa La Chesnaye sono anch’essi fatui e meschini, più dei loro padroni. Ma in ultima istanza l’eccezionalità dell’opera risiede nel rivoluzionario espediente stilistico adottato da Renoir: rifiuto assoluto del campo/controcampo a favore del long-take, che ripercorre la struttura caotica e ricorsiva della realtà gravida di fratture e retroazioni senza alterarla se non parzializzandola.  Unità di tempo e spazio, rispetto della «durata della realtà», come avrebbe detto il grande André Bazin. Un elegante preludio alle funamboliche trovate di Orson Welles; si può dire che il cinema moderno nasce qui, dunque: con quello che Truffaut ha ribattezzato «il film dei film».