di Luca Torzolini


Inizio e fine.
Questi due dannati concetti non ci permettono di vivere la vita in maniera equilibrata. Gli impegni, uno dietro l’altro, si susseguono durante il giorno e noi siamo sempre alla mercé dell’attimo che sta per cessare, dell’ansia di non essere in tempo, di non essere pronti, di non desiderare abbastanza l’evento successivo. Da quando mi sono accorto di questo, non a livello intellettivo ma sensibilmente, ho deciso di concedermi un regalo, qualcosa che durante il giorno fosse il mio attimo senza tempo.
Un caffè, ad esempio, gustato con l’olfatto, nel momento in cui la macchinetta ne sprigiona l’aroma penetrante, con gli occhi, quando lo verso e ne constato la densità mentre lo zucchero affonda, tramite il primo d’innumerevoli sorsi. E poi, quando la tazzina giace vuota e senza vita, ricerco una cerimonia solenne che mi permetta di avvertire il sapore del nero brasiliano che ancora mi rimane in bocca, quasi fosse un ricordo meraviglioso che la mente secerne durante l’atto funebre di una persona conosciuta a fondo. Da lì do voce vibrante ai miei atomi, ascolto la pelle calda della faccia, i sussurri del vento che s’insinua nei pori delle finestre. Mi torna alla mente il mio primo caffè, rubato a cucchiaini dalla chicchera della bisnonna e lo zio Franco, obbligato ad un caffè amaro a causa del diabete, che aveva perso un occhio in guerra in cambio di mille storie da raccontare. Penso all’americano della troupe che non sopportava la densità della nostra bevanda e ad Alessandra che non lo prendeva senza latte e aveva labbra morbide in cui risiedeva l’onniscienza. Quest’infinito scrutare è durato meno di due minuti.