Sfatiamo il mito dell’artista che non si vende: si può fare dell’arte un mestiere senza sottostare a dei compromessi?
Pochi sono quei fortunati che possono vendere il proprio prodotto per quello che vale, cioè per il tempo, la tecnica e la passione con cui è stata creata l’opera. Anche gli artisti affermati devono seguire l’immagine che si sono creati nel corso degli anni e questo si può considerare un compromesso già di per sé.

Che ne pensi delle riviste che vendono monografie o interviste agli artisti?
Oggi basta pagare questi “procacciatori dell’arte” per avere uno spazio su una rivista. A Milano mi proposero di pubblicare un libro, uscire con i miei quadri su di una rivista nazionale d’arte e fare una mostra. Dopo quattro mesi di preparativi arrivarono alla conclusione del loro gioco: dovevo pagare tutto io, critico compreso. Naturalmente non pagai e persero ogni forma di interesse verso le mie opere. È necessario un reale interesse verso l’artista, una forma di glorificazione che in Italia va pian piano morendo: si relega l’arte a mero business senza anima.

So che hai partecipato come attore protagonista nel corto “Vibrata” girato dalla Philozei prod. Qual è il motivo per cui nasce e di cosa parla?
Il corto ha una storia particolare. Tutto ciò che si racconta in Vibrata è vero. Il corto nasce dall’improvvisazione unita al racconto di questi avvenimenti. Per il 90% delle riprese è stata buona la prima. Non c’era una sceneggiatura definita, ma alla fine la morale e il senso sono venuti fuori: discorsi insulsi, gente perditempo, luoghi piatti, mancanza di rispetto per la morte e per gli amici. In definitiva c’è la rappresentazione desolante della becera realtà di una cittadina. Il dialetto con cui si esprimono i personaggi è caratterizzante per la circoscrizione dell’ambiente. I due protagonisti, io e Stefano, parlano due dialetti leggermente differenti denotando le differenze generazionali.

Hai recitato in Reznedog, sempre per conto della Philozei. Il personaggio che interpretavi era un pittore barbone. Qui, al contrario del corto Vibrata dove improvvisavi, hai dovuto recitare in condizioni estreme. Raccontaci tutto.
La prima scena è stata girata senza permessi al centro di Teramo, vicino al Duomo. Nevicava. Poi mi è toccato fingere di dormire per strada alle 03:00, con un freddo immane. L’ultima scena, di fronte alla villa comunale, è stata girata sotto la pioggia.

Philozei prod. ha girato anche Volando sull’acqua. Cos’è?
Sono molto attaccato alla Philozei, hanno girato questo video in cui spiego (tramite un monologo) la poetica della mia pittura, la spinta organica che muove la mano dell’artista nella creazione delle sue opere. Il documentario è incentrato su un’opera intitolata “Dove vanno a morire i gabbiani” che io stesso ho dipinto qualche anno fa. L’istallazione è composta da tantissimi cubetti fatti di pietra di travertino, con qualche intervento pittorico per creare una profondità e rappresentare i loculi tombali dei gabbiani. Ho scavato queste pietre porose, il cui materiale stesso, eroso dall’acqua, si presenta con dei trafori che sembrano respirare l’inquietudine e la cupezza stessa della morte regalando ai gabbiani una pace ultraterrena.


Raccontami la storia del vichingo che è venuto a morire sulle sponde del Vibrata.
Da principio credevo che le mie discendenze etniche fossero slave, ma poi ripensando che nel lontano 4500-5000 a.c. il mare stava sulle colline di Ripuli e Colonnella, dove poco tempo fa hanno fatto degli scavi e hanno trovato queste capanne con suppellettili (vasi, anfore, utensili) la mia mente ha creato diverse soluzioni per la mia discendenza genealogica. Perso in odissee del pensiero, scoprii il mio avo: immaginando questo guerriero supino sopra un windsurf abbandonato sul Vibrata, cominciò a saltarmi in testa l’idea di un guerriero vichingo. Ma com’è possibile che un guerriero vichingo avesse attraversato lo stretto di Gibilterra e tra le brume, i venti del nord e i marosi, dopo tanto peregrinare fosse approdato mortalmente sfinito sulle rive del fiume Vibrata? E man mano che portavo avanti questa istallazione immaginifica del fossile di windsurf, i contorni dell’essere nordico andavano pian piano definendosi: fiero, con la barba dorata, brizzolato e un’impavida pancia muscolosa che testimoniava il suo vigore lavorativo e la sua sfrenata passione per la neoscoperta del vino.

Cos’è la tecnica per te?
La mia tecnica scaturisce da un’esigenza particolare che unisce il peso della materia e la leggerezza dell’anima. Bruciare la plastica e fonderla sul quadro corrisponde allora a rappresentare emozioni ardenti, vissute e mai spente. I pensieri che si rincorrono e si scontrano in un labirinto erudito sono pennellate confuse di colori differenti che s’intrecciano, si sovrappongono e si mischiano. Utilizzare cortecce di albero, foglie secche, cozze, pietre di mare, vetri levigati, reti di pescatori, pezzi di legno di barche diventa un modo con cui creare volumetrie del ricordo. La tecnica non è altro che comunicazione efficace della propria poesia interiore, della musica inarrestabile che l’uomo sente nelle cose. È assorbire la vita come una foglia verde e donare, nella propria lenta degradazione, nelle striature stesse del colore, l’immagine esatta della condizione interiore. La foglia cade dall’albero e si adagia nelle acque della pozzanghera ai piedi dello stesso; trasuda, attraverso un raggio di sole, gocce di linfa pietosa agli umani. L’aritmia morente e impazzita dell’io. Decriptata la discendenza del popolo vibratiano con la scimmia Bonobo, il guerriero abbandonò le armi e dedicò la sue ultime energie vitali alla scoperta della dantesca selva tra le splendide cosce femminili del luogo.


Tutti i pittori iniziano col prendere in mano una matita, passano al pennello e si trovano pian piano dietro la complessa architettura dei chiaroscuri, della prospettiva e di tutti gli artifizi della tecnica. Nell’evoluzione dell’estro artistico e della maestranza si affianca al pennello dell’artista un pensiero scarno che man mano diventa solido e porta avanti il messaggio del pittore. Come si articola il tuo pensiero?
Sinceramente, quando ho incominciato a dipingere sul greto del fiume con le dita e il fango, cercando l’argilla, sentivo già un forte impulso nel trasmettere all’uomo le mie piccole e immaginifiche visioni emotive. Non si decide da un giorno all’altro di diventare artisti, si eredita un modo di essere, un ricordo ancestrale che è la somma delle civiltà. Io sono nato in questo secolo ma potrei avere molti più anni di quanti ne abbia. Ecco perché il ricordo – la memoria – di ciò che è la vita terrena non è sempre il tempo reale ma una specie di “paradiso perduto” di Milton. Per questo mi sono reso conto che nel passare dallo scarabocchio al dipinto ci si può trovare di fronte ad enigmi possenti quali i fenomeni della materia e quelli dello spirito, così simili e allo stesso modo complessi: la dualità della mia persona, la ricerca dell’oggettivo e l’imposizione del soggettivo di tutti gli esseri coscienti nel mondo.

Illustrami le fasi pittoriche da te attraversate.
Il primo ciclo naturalistico comprende paesaggi di mare, squarci notturni, mondi bucolici, nebbie soffuse di sguardi oltreoceano. Sono stato influenzato dal luogo in cui sono cresciuto, dalle poesie di Garcia Lorca e dalla prosa illimitata di D’Annunzio. Segue un ciclo di pittura fantastica che coinvolge gli uomini e le cose in un panteismo incantato, atemporale (i colori sono quelli dei quattro elementi di Anassagora). Molti pensavano in quel tempo che imitassi Chagall, ma io non lo conoscevo ancora. La verità è che i pensieri e gli stili si ripetono reinventandosi nella visione soggettiva degli artisti che cavalcano la storia. Nonostante riuscissi già a creare opere di una certa importanza, dentro rimaneva un senso insoddisfatto dell’essere, l’incomprensibile, ciò che non riuscivo a tradurre di me. E arriviamo ad uno stallo, dopo tanto dipingere, con tutto l’accumulare quadri su quadri fino ad allora, sperimentazione e classicismo: la fame vampirica verso la rappresentazione del mondo interiore non era ancora soddisfatta. Ed ecco che l’artista, come se si potessero stampare le parole mentre si parla, vuole afferrare il momento al netto, il vero e immutato messaggio dell’ego: l’artista s’identifica con il creatore, egli è artefice di un pensiero puro che, seppur contaminato dalle conoscenze e dalle sovrastrutture, vivifica l’opera con l’estensione della sua anima sul dipinto.

Nel processo creativo qual è il rapporto fra verità e finzione?
Riallacciandosi a Freud, il pittore per eternare l’atto creativo elude se stesso e gli altri; crea una finzione di se stesso, una bugia prolungata per il prossimo. Beandosi della stessa bellezza dell’opera che ha creato, s’illude di ricevere una divinizzazione terrena. Ma quando l’artista comprende il significato e il senso stesso del suo cercare, la menzogna non può più essere parte di lui se non come meccanismo stilistico: l’arte si spoglia del mero gioco narcisistico e abbraccia l’uomo nella sua più intima natura. Ed ecco che la titanica lotta fra l’io creatore e il mondo fenomenico si traspone attraverso il conflitto tra l’io e il non-io sulla tela. Potremmo affermare quindi che nella parte finale del mio percorso c’è questa specie di ritorno al neoumanesimo per cui le mie opere non possono essere paragonate o indicizzate ma sono solo frutto interiore dei patemi dello spirito: il canto di Orfeo che libera Euridice consapevole del suo imminente voltarsi.