di Marco D’Amelio

La componente ambientale è sempre stata determinante nella globalità dello sviluppo di un grande film d’autore. Per questo motivo i registi si sono confrontati con habitat diversi  in base alle scelte stilistiche delle opere da loro realizzate.
Molto spesso il loro occhio si è concentrato sulle particolari metamorfosi che colgono l’essere umano all’interno delle grandi metropoli.
Le grandi capitali d’Europa sono state oggetto di studio e analisi attraverso le storie dei più variopinti strati sociali che le hanno abitate. Pensiamo a Roma. Come non ricordare Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini: in questo film il regista racconta il rapporto tra una ex-prostituta, interpretata da Anna Magnani, suo figlio e la nuova ambientazione delle case popolari, fenomeno che si è sviluppato a Roma ai principi del boom economico alla fine della Seconda Guerra Mondiale. La Magnani piena d’aspettative per il trasloco nella metropoli, proveniente dalla provincia di Latina, si ritrova all’interno di dinamiche destabilizzanti con la presenza di una fitta microcriminalità che coinvolgerà suo figlio e il ritorno di vecchi protettori che riescono a riportarla sulla strada. Tutto questo è contornato da infinite distese di cemento dove l’unico attimo di respiro si ha all’interno del parco degli acquedotti di via Tuscolana dove, il figlio della Magnani passa le sue inconcludenti giornate con le sue cattive compagnie. Memorabile il preludio al finale con l’infinita camminata di Mamma Roma sotto le luci di un Corso Francia oramai deserto e abitato solo da giovani prostitute e dai loro viscidi clienti; la Magnani in questo percorso verso la tragedia, rappresentata dalla morte del figlio, racconta lo sviluppo del suo dramma umano.
Jean-Luc Godard in Due o tre cose che so di lei ci racconta dello sfrenato sviluppo edilizio nella periferia di Parigi: nel suo caso l’analisi è puramente politica, è una critica alla corsa sfrenata del capitalismo raccontata attraverso le storie di due uomini che vivono ascoltando alla radio l’evolversi della guerra in Vietnam e con gli occhi di una donna che, vagando per Parigi come prostituta occasionale, osserva i molteplici cantieri e racconta esplicitamente al pubblico o ad interlocutori occasionali quale perverso meccanismo politico economico si stia sviluppando nella capitale francese. I cantieri che vediamo sono quasi sempre gli stessi ma, con l’evolversi del film anche i cantieri crescono e si avvicinano alla fine dei lavori. Il titolo del film non è riferito alla protagonista femminile ma proprio alla città di Parigi e al suo accrescimento dal punto di vista urbano.
Wim Wenders in Il cielo sopra Berlino ci racconta di una città divisa in cui due angeli vagano e sviluppano la loro coscienza umana sperimentando i grandi sentimenti dell’amore e dell’amicizia. Tutto si sviluppa in un’ambientazione gotica perfettamente sottolineata dalla scelta di un bianco e nero che assomiglia sempre più ad un grigio soffuso. Berlino è una città lacerata da un muro di incomprensioni che sono poi le stesse che si intromettono tra gli angeli e il genere umano.

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In Taxi Driver Martin Scorsese ci racconta il viaggio verso la follia di un tassista che vaga nelle più torbide atmosfere in una New York dal look post atomico: risaltano agli occhi dello spettatore i fumi e la sporcizia dei bassifondi di una città in continuo fermento.