di Edward Ray Davies


Punk newyorkese, cioè euforia rock’n’roll nella sua versione più monolitica ed avvinazzata, unita all’esplicita consapevolezza del proprio destino di perdenti: L.A.M.F. riesce a condensare tutta la magica energia dei suoi autori e diventa un classico dei classici della musica che più ci piace. Si parte con Born To Lose ed è già tutto lì: le chitarre gemelle di Johnny e Waldo riffano all’unisono e una voce ti dice che non c’è proprio niente da divertirsi, né nella giungla, né in città, né da un cazzo di nessuna parte. Segue quel trattore che è Baby Talk; su tutto la voce sovraeccitata di Johnny. Con All By Myself e I Wanna Be Loved, è già feticismo del riff. It’s not Enough è una lercia ballata rollingstoniana: puoi darmi questo, puoi darmi quello, ma non è mai abbastanza, mai. Poi viene Chinese Rocks: devo dire qualcosa di Chinese Rocks? Get Off The Phone è un punk’n’roll losangelino, di quelli che renderanno gloriosi gli X, mentre Pirate Love è un’altra di quelle canzoni strofa-ritornello da una tonnellata, con cambio di tempo finale da infarto. One Track Mind, cantata da Lure (sua canzone più bella assieme a All By Myself), non è altro che quattro selvatici accordi ascendenti, mentre I Love You di Thunders è la dichiarazione d’amore più sublimemente stonata che ci sia capitato di sentire. Nelle versioni remixate del disco la traccia finale è una travolgente cover della classica Do You Love Me di Gordy: rock’n’roll primordiale portato ad un livello espressivo assoluto.