di Domenico Pantone


L'uomo con la macchina da presaLa giornata di un cineoperatore moscovita, dall’alba al tramonto. Un’indagine sperimentale, spregiudicata, sulla dialettica tra il mezzo cinematografico e la realtà. Punto di partenza: «l’uso della macchina da presa come cineocchio molto più perfetto dell’occhio umano, per esplorare il caos dei fenomeni visivi che pervadono lo spazio» (Vertov). Nessun espediente tecnico viene quindi trascurato nella registrazione del reale; il medium è rivelato esplicitamente, è anzi oggetto di celebrazione: montaggio ritmico, sovraimpressioni, dissolvenze incrociate, split-screen, sequenza meta-cinematografiche con svelamento dell’operatore.
L’idea di cinema di Vertov è scientifica, costruttivista, sperimentale. Rigettato il cinema di finzione («il cine-dramma è l’oppio dei popoli») e rinnegata la bellezza borghese, l’obiettivo del nuovo cinema rivoluzionario del Kinoglaz è la riformulazione dei dati reali, attraverso l’oggettivazione del «punto di vista del proletariato».
Ma a distanza di ottant’anni l’opera conserva ancora, borghesemente, il fascino straordinario di un’arte appena nata e in rapidissima evoluzione, che cerca il proprio linguaggio con abnegazione e si propone non interprete, ma scienza costruttiva di una nuova società. È il fascino dell’avanguardia, del linguaggio profetico di voci rivoluzionarie, bruciate dall’eccezionalità stessa delle proprie trovate.
Ed è commovente  che quelle dinamiche, incontrollate dai loro stessi profeti, siano sublimate in opere così perfette, dialetticamente in bilico tra il furore della sperimentazione e l’eternità dell’arte.