di Liria Papa

Aprile 2009: questo mese segna l’apparizione mediatica dell’influenza suina A H1N1. Si tratta di un virus tipico della specie suina che in seguito a una mutazione è in grado di aggredire il corpo umano. I primi casi di influenza sono registrati in Messico, nelle persone che vivono a ridosso degli allevamenti di maiali; nell’arco di due mesi il virus si espande nel continente, con alcuni casi riportati anche in Asia, Africa e Europa.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) lancia l’allarme di pandemia (cioè un’epidemia che interessa più aree geografiche della Terra contemporaneamente): l’allarme deve essere rivolto prima di tutto agli apparati sanitari dei diversi paesi in modo da monitorare il virus e il reale contagio della popolazione.
La notizia gira e rigira tanto da occupare tutti i notiziari e i giornali non solo in Italia: il messaggio pressoché unico dice “preparati ad una catastrofe e preoccupati per la tua vita”.
Questo è sicuramente un tasto sensibile per gli Stati, in particolare nel così detto mondo occidentale, dove è vivo il ricordo della Spagnola che a ridosso della 1° Guerra Mondiale fece milioni di vittime. Eppure le pandemie non sono una novità: dopo l’influenza Spagnola almeno altri due virus aviari (ossia tipici degli uccelli) ebbero il fregio di pandemia; e guardando indietro l’elenco è piuttosto lungo (Tifo, Colera, Peste, etc).
Ovviamente, l’odierna conoscenza della medicina non è certo paragonabile a quella di un tempo: le pandemie batteriche sono praticamente debellate grazie ai vaccini e agli antibiotici, e quelle virali hanno una mortalità ridotta (le due pandemie virali successive alla Spagnola non sono neanche arrivate al mezzo milione di vittime).
Cos’è cambiato ad oggi? Perché la Suina preoccupa così tanto?

Ho cercato la risposta su più fonti, dall’OMS ai vari enti sanitari nazionali, alle fonti sulla ricerca scientifica, ma non ho trovato le motivazioni di tanto allarmismo.
I dati dicono che sono state individuate persone contagiate in paesi di tutti i continenti, al momento le cifre ufficiali parlano di 526.060 casi (OMS – Pandemic H1N1 2009 – update 75 revised 15 November 2009) con 6.770 decessi e una mortalità inferiore allo 0.5 per mille. La normale influenza, quella che ci preoccupa tutti gli inverni, ha una percentuale più alta di casi purtroppo fatali, circa 8.000 ogni anno solo in Italia, ma la letteratura scientifica ci dice che circa l’80% di queste persone aveva precedenti malattie croniche. Se inoltre consideriamo la scienza medica progredita rispetto all’ultima pandemia del 1968 e la qualità di vita più elevata soprattutto nei paesi occidentali, proprio non riesco a preoccuparmi. Il virus è stato immediatamente codificato, il vaccino è pronto: le persone a rischio possono quindi essere perfettamente tutelate contro l’infezione.
In effetti il clima afoso d’agosto ha impigrito anche i media: mi è capitato spesso di non trovare traccia della notizia per giorni. Da Settembre, invece, sento ancora gridare “al lupo al lupo”, al primo caso di ricovero.
Se proprio devo preoccuparmi lo farò per quelle popolazioni che non hanno il nostro tenore di vita: se date un’occhiata alla cartina dell’OMS sulla diffusione del virus, buona parte del continente africano è bianco (privo di focali infettivi). L’OMS per primo sottolinea che i dati non sono reali, in quanto vi sono Stati in cui non vengono effettuati i test specifici o non avviene contatto del malato con le strutture sanitarie.
Posso mandare il vaccino, che ho pagato con le tasse e che non farò mai, ad una di quelle persone africane, asiatiche e sudamericane che non possono neanche arrivare ad un medico?



Fonti: www.who.org www.ecdc.europa.eu www.ministerosalute.it
www.hpa.org.uk www.cdc.gov www.pubmed.com http://scholar.google.it