di Giorgia Tribuiani


L'AlephCom’è possibile descrivere una realtà illusoria se non attraverso altre illusioni?
Questo fu quanto, probabilmente, si chiese Jorge Luis Borges, scrittore e poeta argentino famoso per i suoi racconti fantastici: ricorrendo ad elementi illusori come il labirinto, il sogno e lo specchio creò “universi simbolici” in grado di contenere una visione alterata dello spazio e del tempo, capace di descrivere concetti razionalmente inafferrabili come la morte, il tempo, la personalità e l’esistenza.
Nell’Aleph, raccolta di racconti del 1949, il simbolismo si presenta di tipo “matematico” e si situa in un contesto che appare straordinariamente reale, ma che si rivela a sua volta illusorio: i protagonisti dei racconti sono personaggi realmente esistiti, reinventati però dall’autore.
Si ha quindi l’impressione che l’illusione sia totale, che non sia possibile abbandonare il gioco e che l’esistenza non possa essere in alcun modo compresa. Tuttavia è proprio qui che interviene la “soluzione” di Borges: l’uomo, secondo l’autore, può giungere ad “intuire” il senso delle cose solo rinunciando a possederlo. Il mondo esterno, “scritto” con un linguaggio che abbiamo dimenticato, è insieme di elementi opposti ma coincidenti nel loro insieme, espressioni del caos, ma anche dell’unità panteistica.
L’incapacità di conoscere solo attarverso una subitanea intuizione accomuna il pensiero dell’autore a quello kafkiano, così come il labirinto, tema ricorrente nella letteratura di Borges, rimanda al dedalo di strade che circondano il Castello. Tuttavia in Borges viene spazzata via anche la stessa chimera di un castello da raggiungere; nel labirinto, la meta si trasforma in punto di partenza, la via d’uscita non è visibile nemmeno all’orizzonte e il labirinto, al di là della sua intrinseca illusione, si rivela per quello che realmente è: un deserto infinito, dove ogni direzione è uguale a tutte le altre, dove si specchia l’umana angoscia esistenziale.