di Luca di Berardino e Luca Torzolini

 

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Che cos’è l’arte e come trova i suoi “artisti”?
“Arte” è un termine talmente abusato negli ultimi decenni da aver perso molto del suo significato autentico. Tutti si sentono artisti nella nostra epoca, è diventata quasi una fortuna non esserlo. Invece forse è proprio quando si smette di “essere” che la vera arte può trovare i suoi artisti. Come diventare indemoniati, posseduti da qualcuno o qualcosa che ci trascende. A quel punto non si fa più arte e si può diventare noi stessi un’opera d’arte o, ancora meglio, un capolavoro.

Il corpo femminile nutre un ruolo preponderante all’interno della tua produzione artistica. È una coincidenza, una volontà precisa o una decisione nata da una coincidenza?
Il corpo femminile è diventato il mio modo di celebrare la bellezza. Già da bambino amavo disegnare i personaggi femminili dei cartoni animati, me ne innamoravo con l’innocenza che poteva avere un bambino di sette anni. Ora è decisamente una volontà. Il corpo umano ha avuto da sempre un ruolo fondamentale nell’ambito artistico e filosofico, quello femminile per quanto mi riguarda possiede in più un fattore estetico e misterioso che lo rende molto più interessante di quello maschile.

Cos’è la sperimentazione?
Sperimentare e fare esperienza si equivalgono nell’etimo, hanno origine entrambe dal verbo latino “experior” che vuol dire provare, tentare. È ciò che ci permette di arrivare ad una qualche forma di conoscenza. In questo senso cerco di non pormi limiti, sia come disegnatore che nella vita.

L’ispirazione creativa è totalmente interna all’autore o risente anche della realtà esterna e del suo vissuto?
La realtà esterna è come uno specchio che ci permette di avere un confronto con noi stessi. Penso che tutto sia già presente all’interno di noi da sempre e che non ci sia nulla da creare. Citando Kenneth Grant, uno scrittore che apprezzo particolarmente: “La pittura, il poema, la canzone – qualunque sia il mezzo usato per esprimere la verità più segreta – non è la creazione in senso stretto ma il riflesso di un movimento fuori dal tempo e dallo spazio, dai quali essa, alla fine, trascende.” Si tratta di guardarsi in profondità e nell’abbandono prenderne consapevolezza. I sogni ad esempio, possono essere una fonte infinita di ispirazione.

Qual è l’opera che ti ha più soddisfatto dal punto di vista artistico? E la tua prima opera? Quale sarà l’ultima?
Cerco di trarre sempre il massimo della soddisfazione da ogni opera che decido di realizzare. Amo caratterizzare i miei personaggi, renderli in qualche modo vivi. La mia prima pubblicazione a fumetti risale all’anno 2000 negli Stati Uniti, una miniserie d’avventura ambientata nel Giappone feudale. Era un po’ distante da quello che faccio ora, ma all’epoca mi diede la spinta per decidere quale fosse la strada da prendere. La mia ultima opera invece, forse sarà quella che non sentirò più il bisogno di disegnare, se mai esisterà.

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Quali sono le tue radici fumettistiche? Quali autori ti hanno conquistato e/o ispirato?
Ho iniziato da adolescente come tanti della mia generazione leggendo fumetti di supereroi. Ne rimasi affascinato. Poi col tempo a forza di vedere quei personaggi che si comportano da frigidi, in un certo senso sembrano mutilati, mi sono rotto le scatole e mi sono messo a cercare altro. Mi sono avvicinato così al fumetto erotico, specialmente quello prodotto tra gli anni 60 e 80, notavo che in molti casi avevano anche un maggiore spessore culturale rispetto agli altri, sia nei contenuti che nell’eleganza grafica. Mi limito a citare i più grandi come Crepax, Magnus, Manara, Pazienza, Liberatore…ma la lista sarebbe molto lunga. Un discorso a parte va fatto per il fumetto giapponese, che per qualunque genere tratti è sempre presente una sensualità intensa e quasi spirituale che l’occidente non è in grado di esprimere, non smette mai di meravigliarmi…primi tra tutti per me ci sono Go Nagai e Masamune Shirow.

Cosa non si deve assolutamente fare in un fumetto?
L’unica cosa che non si deve assolutamente fare è la censura.

Ti stai occupando di qualche progetto interessante?
Ho avuto da poco il privilegio di disegnare la Valentina di Guido Crepax. A breve insieme ad altri grandi autori ed amici presenteremo un nuovo personaggio a fumetti, che mette le sue radici nella più alta tradizione del fumetto horror erotico italiano.

L’interesse da parte del pubblico per i fumetti erotici è maggiore all’estero o in Italia? Il sesso e l’erotismo sono ancora tabù nella società italiana? Che futuro ha il fumetto erotico italiano?
Fino agli anni 80 in Italia il fumetto erotico spopolava, i migliori autori erano italiani e anche i fumetti più hard vantavano vendite paragonabili se non superiori a quelle della Sergio Bonelli Editore. Tutto questo ora non esiste più, in Italia più che in altri paesi. Con la diffusione della pornografia su internet il fumetto erotico nello specifico è quasi sparito. Siamo tornati in una sorta di medioevo culturale dove ogni forma di violenza è accettata, mentre la sensualità viene repressa. Anzi la sensualità viene più censurata della sessualità. Al futuro non ci penso, nel presente qualcosa lo stiamo provando a fare.

Analogico, digitale o entrambi?
Analogico, e non soltanto per una scelta tecnica. Il digitale è un surrogato, inventato per velocizzare i tempi di produzione. Non si accorgono che stanno trasformando in questo modo l’attività libera di un artista in un’industria da catena di montaggio. Il disegno digitale è solo una simulazione, non esiste fisicamente, se non come proiezione in uno schermo. Senza un supporto materiale sarà destinato ad andare perso molto velocemente. Il discorso cambia e sono favorevole se il digitale viene applicato a sostegno del disegno tradizionale. Io personalmente con il digitale mi limito alla sola colorazione, in modo da non invadere troppo il disegno originale e solo per determinate pubblicazioni.

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Quali sono le difficoltà nel narrare una sceneggiatura in maniera visiva? Nello specifico, cosa è più difficile trasporre?
È più difficile rappresentare in una pagina a fumetti persone che conversano semplicemente piuttosto che scene di azione. È più difficile narrare delle emozioni piuttosto che delle persone che combattono. C’è bisogno di molta sensibilità, la tecnica è importante ma non basta. Nei fumetti mainstream le scene di azione sono tutte stereotipate, le espressioni dei personaggi sono sempre le stesse. Io preferisco narrare le emozioni, e l’Eros è qualcosa di fondamentale nella vita di tutti.

È possibile stabilire se un fumetto sia migliore a colori o in bianco e nero? Che differenza c’è?
Un buon fumetto può funzionare benissimo senza colori. Un fumetto di scarsa qualità ha invece bisogno del colore per compensare le lacune del disegno. C’è poi la tradizione, come in Francia, che vuole il fumetto a colori, ma va considerato come un arricchimento. Accade lo stesso nel cinema: non importa se a colori o in bianco e nero, un bel film lo è a prescindere.

Come consideri il finale in un’opera e, di solito, come ci arrivi?
Non lo considero nel senso che fino ad ora ho sempre disegnato storie scritte da altri, finora è capitato così. In ogni caso, non mi interessa molto cosa racconta una storia, ma come lo racconta. Esistono delle regole da seguire nella costruzione di una sceneggiatura e sono anche troppe. Detesto le morali o peggio le storie a scopi educativi. Amo la mitologia e la psicologia. Quanto più il significato di una storia risulta incomprensibile tanto più io mi esalto, finale incluso. Mi interessa che tutto il fumetto nel suo complesso possa trasmettere qualcosa di irrazionale al lettore, il più irrazionale possibile.