di Stefano Tassoni


Il 13 Novembre è uscito l’ultimo lavoro di Franco Battiato dal titolo Inneres Auge – Il tutto è più della somma delle sue parti contenente solo quattro inediti, oltre a brani del passato completamente rivisitati. Ecco forse spiegata la filosofica allusione del sottotitolo; mentre la copertina dell’album è chiarita dalla fantomatica teoria delle “linee orizzontali e verticali” che ci spingono rispettivamente verso la materia o verso lo spirito.
Inneres Auge (trad: “sguardo interiore”) -il primo singolo-, con il quale Battiato ha voluto esprimere tutta l’indignazione cui il cantante siciliano ci ha abituati contro la politica attuale, conferma l’indole sperimentale del musicista più ascetico a noi contemporaneo. Sonorità techno-dance armoniosamente fuse alla sua adorata musica sinfonica barocca, per lo più archi e pianoforte, di cui fu maestro Arcangelo Corelli (citato nel testo). Non proprio inedita, Inverno, stupenda versione riarrangiata di una delle canzoni più cupe di De André in perfetta sintonia con la linea dell’album del collega di Catania. Si prosegue con Tibet, il terzo inedito dell’album. Il tema in evidenza è rappresentato dalla dura (e armata) repressione cinese contro i monaci tibetani. L’ultima perla è ‘U Cuntu (trad: “il racconto”), interamente in siciliano e in latino, cantata insieme all’inseparabile Manlio Sgalambro. “Stiamo perdendo il senno”, dice la canzone, ed è forse questo il vero significato dell’intero album. Un album nero, pessimista, si potrebbe credere, ma non si dimentichi che l’autore offre la sua personale soluzione: rivolgere il proprio sguardo interiore ai maestri del passato in modo da riconoscere la giusta prospettiva per ri-stupirci del creato, nonostante tutto.