L’attuale panorama artistico internazionale assiste ad un ritorno dell’astratto, l’avanzare dei nuovi media (Sound e Video Art) e la persistenza della fotografia. In un simile scenario si colloca l’opera di Francesco Impellizzeri, artista visivo che negli ultimi vent’anni ha realizzato performance assai originali e cariche di messaggi, ricordando nei propri mezzi espressivi personalità che hanno lasciato il segno in quel contenitore che è la “Performing Art”.

L’elemento distintivo del suo fare artistico sembra essere la totale sottomissione del significante rispetto al significato, cioè del corpo rispetto ai concetti espressi più o meno consapevolmente. Infatti, nelle performance di Impellizzeri, tutte legate in qualche modo alla rappresentazione dei vizi umani, il corpo non è più manovrato dalla ragione, ma dall’istinto e dalle pulsioni più basse come la gola o la vanità.

Impellizzeri, pur lavorando con una pratica artistica ormai ben nota, rende la performance nuova e attuale: sembra attingere a quello che di fotografico e di multisensoriale c’è nell’arte contemporanea.

Significativa in tal senso è Rinkoboy (1997-2000), performance disarmante che mette a nudo una società troppo legata agli aspetti superficiali e velleitari di una vita spesso monotona e ripetitiva: si noti la ritualità nell’aprire i barattoli e quella nel romperli lanciandoli in un angolo della stanza, gestualità usata anche da  Jimmie Durham in Domestic Glass Meets Wild Glass (2006), dove l’artista, salito su una scala in alluminio, frantumò un centinaio di bicchieri; una performance che nelle intenzioni teatrali mirava ad ipnotizzare gli occhi e le orecchie degli spettatori, risultando opera importante in ambito sonoro oltre che performativo. In Rinkoboy la luce viene e va e in un’atmosfera psichedelica il “ragazzo-copertina” si muove con movimenti meccanici e sembra mettersi in posa come se l’opera fosse l’insieme di tante fotografie. Il personaggio di Impellizzeri apre i barattoli, assaggia il contenuto, infrange i barattoli vuoti e ripulisce la stanza con uno spandi-acqua: la metafora dell’essere umano medio. L’istinto, il peccato, il pentimento e il tentativo di purificazione sono riassunti dai gesti simbolici di Rinkoboy.

Gilbert & George, nel 1970, salirono su di un tavolo in giacca e cravatta, con le mani e il viso dipinti d’oro e d’argento, e lì sopra cantarono per cinque giorni, sette ore al giorno, la canzone popolare Underneath the Arches. L’obiettivo dei due era produrre un’arte di forte impatto comunicativo, intenta a superare i suoi tradizionali confini e ad analizzare in profondità la condizione umana. Impellizzeri si affida ad atteggiamenti simili: il travestimento e la critica alla società contemporanea. In Gilbert & George, così come in Impellizzeri, il corpo svolge un ruolo importante: non rappresenta più l’artista, ma un personaggio, un messaggio o un ideale.

Alcune domande all’artista sulla performance e sulla sua attività aiutano a comprendere meglio la sua poetica.

Rinkoboy oggi ha più di dieci anni ed è ancora attuale. Nel 1997 c’è stata una rivista o una trasmissione televisiva che ha ispirato la performance o è stata concepita in seguito ad un’attenta analisi della società dell’epoca?

Tutti i miei personaggi nascono da un’ironica, ludica e critica elaborazione del “panorama” umano che ci circonda. Rinkoboy, nei suoi tratti fisici, nasce dall’incontro con un ragazzo visto in discoteca e da me “intervistato” sulle motivazioni del suo abbigliamento. A questo ho aggiunto altri concetti base della mia ricerca: i condizionamenti sociali, le difficoltà dialettiche, i pochi spazi per l’espressione dell’artista. Questa è una delle performance che preferisco. Inizia sottolineando, attraverso i tre fari dai colori primari, la mia formazione pittorica e poi sviluppa tutte le altre tematiche; nel frattempo la mia voce registrata dice: “non voglio più, non posso più”. Frase densa dei motivi prima accennati e anche del desiderio di non voler essere definito come “il performer che canta”. La musica è un elemento importante del mio lavoro, ho scritto diverse canzoni e ne ho arrangiate altre con la collaborazione di musicisti. Ma la musica è, come la teatralità, un elemento da me usato come la pittura e attraverso questi mezzi ho parlato di arte e religione, sessualità e diversità, politica e consumo.

 

Se oggi Impellizzeri dovesse dar luogo a una nuova performance sarebbe più ispirato dal linguaggio di Gina Pane, cioè quello del corpo seviziato, o sceglierebbe una poetica in linea con quella di Luigi Ontani, ovvero l’artista del corpo narciso?

Trovo inutile e fuori luogo proporre oggi il linguaggio delle performance degli anni 60/70, come rifare un’opera di tipo impressionista o futurista. Nel 1982 la mia tesi all’Accademia di Belle Arti di Roma è stata sulla “Body Art”. Quegli studi mi hanno permesso di capirne il percorso storico e poterne fare uno tutto mio. Il critico spagnolo Paco Barragan nel 2003 mi ha inserito nella mostra Don’t call it performance che dal museo Reina Sofia di Madrid ha percorso i principali musei spagnoli, terminando al museo del Barrio di New York.

Quando Luigi Ontani ha visto le mie prime performance mi ha detto: “potrebbero confondere il mio lavoro con il tuo, ma tu sei ironico mentre io sono onirico!” I miei riferimenti sono la televisione, il cabaret e la pubblicità che, miscelati con tutta la storia dell’arte, dai graffiti al contemporaneo, buona dose di ironia e un gran senso critico,  danno vita ai miei tableau vivant. L’utilizzo del mio corpo non è comunque determinato da mero narcisismo, ma dal semplice utilizzo delle mie molteplici potenzialità espressive. Tra le numerose performance che ho realizzato, quasi un terzo sono corali, in cui sono state coinvolte dalle sei persone, come in Desfilè: mannequin per nient, alle cinquanta, nel caso di Il tuo pensierino. E’ chiaro che ho sfruttato anche la mia fotogenia, scoperta da bambino, che mi ha permesso di realizzare molti lavori fotografici prima dei miei studi artistici.

 

Perché un artista decide di non usare un pennello o una matita, ma il proprio corpo? Trasferire l’idea dal cervello alla mano non è sufficiente? E’ un limite?

Chi ha visto la mia mostra al MLAC di Roma sui miei vent’anni di performance si è perfettamente reso conto che dietro ognuna di esse c’è un progetto: vestiti, scenografie, misure, musiche, spazi, costi ecc. Dopo le rappresentazioni nascono i grandi lavori fotografici, le cui cornici, a volte in tessuto dipinto o in legno, sono interamente realizzate da me. È più facile dire che delego agli altri poche briciole, poiché amo mettere le mani su tutto quello che produco. La preparazione di una performance richiede almeno due mesi di lavoro.

La mia produzione, dunque, non si limita alle performance, ma anche alla realizzazione d’installazioni, disegni e dipinti. Gli ultimi lavori sono delle tele di formato irregolare sul cui fondo bianco si spandono vortici di colori. Un testo dipinto con un font a pallini argentati dà regolarità al pezzo e dichiara le mie tematiche sotto forma di brevi poesie, la cui completa leggibilità è determinata da una particolare condizione luminosa.

Se alcuni artisti improvvisano le azioni o usano solo il corpo, questo non è il mio caso. Parafrasando la canzone di Joe Squillo e Sabrina Salerno, possiamo dire “Oltre le gambe c’è di più”!!!