di Hanry Menphis

Mr. Flurry quella mattina si svegliò molto presto, come sempre. Era ogni giorno il primo a recarsi al lavoro, lui teneva più di chiunque altro alla sua fabbrica.

Considerato da tutti un grand’uomo, Mr. Flurry lavorava insieme agli altri operai, nonostante la sua attività gli garantisse un reddito da sceicco. Aveva un unico grande vizio: le prostitute. Ma questo passava in secondo piano per l’opinione pubblica, a maggior ragione dopo che in Italia le perversioni di politici e uomini di chiesa erano state sfruttate dalla televisione, per cercare di enfatizzare la ormai discendente parabola che vedeva il popolo italiano come uno dei più virili al mondo.

Difatti, prima di raggiungere l’imponente struttura costruita da suo nonno con immani fatiche, si recò nel cosiddetto “quadrilatero delle puttane”. Scelse la più giovane, Nadine, una cecoslovacca di 19 anni. Lei salì sulla scintillante Bentley con entusiasmo, era la prima volta che vedeva un cliente così facoltoso, per lo meno all’apparenza. Lui era sempre molto cordiale con le ragazze che sceglieva, le offrì la colazione in un bar di lusso e poi la portò alla fabbrica.

Quando entrarono nel suo ufficio e fece per spogliarsi Mr. Flurry la bloccò.

– Aspetta – le disse – devo accendere le macchine prima che arrivino gli altri operai. Tu fai come se fossi a casa tua. –

Così dicendo uscì dalla stanza socchiudendo la porta. Nadine si sedette sulla comoda poltrona in pelle posta dietro la scrivania, lasciandosi sfuggire un gridolino di gioia di fronte a quella parvenza di lusso che per un attimo le sembrò appartenere. Poi l’occhio le cadde su un mucchio di volantini poggiati sopra un vecchio mobile, ad un angolo dell’ufficio. “MANGIMI PER MAIALI FLURRY – TENIAMO ALLA QUALITA’ PIU’ DI QUALSIASI ALTRA COSA”. Così diceva la brochure, con un suino sorridente che mangiava con il cucchiaino da una ciotola d’oro. La ragazza lesse distrattamente quel volantino pubblicitario, poi fu colta da improvvisa euforia quando vide al muro la foto di Audrey Hepburn. Era da sempre stata la sua attrice preferita; ricordò quando era bambina, e sua madre le fece vedere per la prima volta “Colazione da Tiffany”. Ricordò anche che quella notte sognò di essere Holly, seduta sul davanzale della finestra a cantare Moon River, mentre un innamorato George Peppard la guardava incantato. Poi le mani di suo padre su di lei, come sempre.

Distolse subito la mente da quell’orrido pensiero, ma in fondo, cos’era cambiato? Magari a volte era qualcuno di gentile e affascinante come Mr. Flurry a possedere il suo corpo. C’era davvero tanta differenza? Eppure Nadine era felice. Sapeva di non potersi aspettare di meglio se non avesse incontrato un giorno chi sarebbe stato in grado di portarla via da quel mondo così squallido e televisivo. Ma era una vacua speranza, sapeva anche questo.

Nonostante questa malinconia non smise di sorridere, abituata com’era a godere di ogni momento piacevole delle sue giornate. Ora, si trovava in uno sfarzoso ufficio di un uomo bello ed elegante, e forse il sudaticcio amplesso che l’aspettava non sarebbe stato neanche così male.

Mr. Flurry tardava a tornare. Lei notò una porta che non aveva ancora visto. La maniglia era completamente arrugginita, totalmente in disaccordo con il lusso del resto della stanza. Nonostante ciò quel contrasto creava qualcosa di velatamente misterioso. Non dovette pensarci molto prima di mettere le mani su quell’ammasso di ruggine e tirare piano. Con sua sorpresa la porta si aprì facilmente, ma quello che vide di certo non lo comprese. C’era un muro, un semplice muro non ancora intonacato. Iniziò a toccare i mattoni, forse presa dall’improbabile sentimento di chi tasta una parete certo di trovare un passaggio segreto, come in un racconto di Conan Doyle. Infine, dato che non successe nulla, chiuse la porta delusa. Se al posto del muro ci fosse stato uno specchio, Nadine si sarebbe accorta dell’ingresso di Mr. Flurry nella stanza: ormai il suo cliente era dietro di lei. Troppo tardi. Quando la ragazza si voltò, lui era già con l’accetta levata sopra la sua testa. Indossava un camice bianco, un paio di guanti di gomma e una mascherina da chirurgo. Lei non fece in tempo a notare tutto questo. Riuscì solo a spalancare la bocca per gridare, ma non un fiato uscì dalla sua gola. Quando la lama penetrò nel suo cranio, quando affondò nel suo cervello, quando anche il naso era perfettamente diviso a metà, quella fu l’espressione che le restò impressa sul volto: deformata dal terrore e da un’accetta di cinque chili che le aveva quasi separato in due parti la faccia.

Mr. Flurry estrasse con fatica l’arma del suo ennesimo delitto e la gettò a terra. Non si curò del sangue che ancora schizzava, di tanto in tanto, dalla testa di Nadine. A quello avrebbe pensato Giovanna, la sadica donna delle pulizie che anni prima aveva massacrato suo marito e i suoi figli, a cui Mr. Flurry pagò un esercito di legulei per farla scarcerare. La colpa di quel terribile omicidio plurimo fu data ai rom, come si usava fare in quel periodo.

La ragazza fu trascinata per le gambe nella stanza di fianco all’ufficio e posta supina su un tavolo d’acciaio. Da un armadietto Mr. Flurry tirò fuori una sega circolare e, senza troppi indugi, iniziò a dividere in pezzi la giovane prostituta. Adorava il suono stridente che produceva la lama a contatto con le ossa. Gli ricordava il trenino giocattolo che aveva da bambino, quando un giorno si ruppe una piccola asticella che teneva unite le ruote da un lato e il suono che emetteva sui binari.

Quando ebbe finito, mise tutto in un sacco di plastica e si diresse verso la macinatrice, al piano inferiore. Salì sul ripiano più alto e svuotò il suo fagotto in un grande imbuto metallico. Dopodiché accese la macchina e insieme ad essa una sigaretta. Intanto iniziavano ad arrivare i primi operai. Uno di loro notò Mr. Flurry e si diresse verso di lui.

– Buongiorno signore – gli disse indicando le macchie di sangue sul camice – non sapevo che oggi avremmo ucciso di nuovo i maiali -. Il frastuono generato dalla macchina, sotto la quale i due conversavano, non permetteva un facile ascolto.

– Cosa? – rispose Mr. Flurry ad alta voce – parla più forte –

– Non sapevo che oggi avremmo ucciso i maiali – ripeté Vito, l’operaio, alzando il tono.

– Ah! – l’uomo sorrise – non preoccuparti amico mio, questo era l’ultimo – poi lo invitò a spostarsi da lì e insieme si diressero verso la macchinetta del caffè.

– Vedi Vito – continuò – mio padre mi diceva sempre che non possiamo contare sulle piccole gioie quotidiane e che dietro ognuna di essa si cela una grande e continua sofferenza – inserì un euro e digitò il codice del caffè macchiato senza zucchero, poi riprese a parlare – pensa ad esempio a una puttana; una giovinezza trascorsa tra problemi familiari e un mestiere degradante, nonché molto, molto pericoloso. Giorno dopo giorno questa puttana deve cercare qualcosa di buono anche dove non ci sarà mai, per tentare di sopravvivere al suo mondo. Non è triste tutto questo? –

– Oh, sì signore, lo è. Davvero triste. – rispose Vito, mentre prendeva il bicchierino di caffè che Mr. Flurry gli stava porgendo. Lo bevve tutto d’un fiato e si diresse al suo posto di lavoro.

Mr. Flurry invece tornò alla macinatrice, aprì il cassone di alluminio alla base della macchina e ne versò il contenuto in un sacco di iuta con su scritto “MANGIMI FLURRY”.

Come diceva la pubblicità, quell’uomo teneva alla qualità più di qualsiasi altra cosa.